Di chi è figlio veramente il governo giallo-verde?

Fonte immagine Il Sole 24 Ore

Il prof. Aldo Giannuli oggi pubblica sul suo blog una interessante analisi sul probabile lascito politico dell’attuale governo, il quale, a prescindere da ogni valutazione di merito, segna una inequivocabile rottura nel nostro sistema politico.

Condivido gran parte delle argomentazioni proposte, ma vorrei giocare a far l’esperimento di rovesciare la tesi del professore, che seguo da sempre con grande interesse, in particolare quando egli afferma che « i guai peggiori, che questo governo provocherà, saranno essenzialmente di ordine culturale »: invertendo la prospettiva, io affermo che questo governo è il guaio peggiore, che la cultura degli ultimi trent’anni ha prodotto, è questo governo. Quindi nel pantano ci siamo già ed anche se non pavento alcuna deriva autoritaria in senso tecnico, il dovere d’ esser concreti verso il nostro destino ci obblica ad interrogarci più sugli sfaceli presenti più che su quelli futuri.

Tutto questo riguarda inestricabilmente la questione, che il professore non manca di rimarcare, della scomparsa della sinistra. « (…) la spoliticizzazione di massa, anzi l’antipoliticizzazione di massa, l’incultura giuridica a cavallo fra i far west della legittima difesa e le proposte giustizialiste di Bonafede, ma, soprattutto, la bestiale politica anti immigrati » sono fatti già accaduti, e sono fatti innanzitutto culturali.

finché campa il mio padrone campo io

Se « il mondo del lavoro dipendente oggi non ha alcuna espressione politica » è perché essendo criminalizzata ogni forma di conflitto, in ordine allo scopo di creare l’immagine di una società pacificata nel suo essere capitalistica, oggi è il lavoratore stesso ad aver paura delle forze conflittuali che invocano il lavoro e parlano dei lavoratori. Ho sempre avuto l’inconfessabile sensazione che una delle chiavi del successo di massa del M5S sia stata quella di non aver quasi mai nominato i lavoratori in qualità di categoria politica. Ai comizi e nei programmi s’è sempre parlato d’impresa, alimentando implicitamente la suggestione che difendendo il padrone si difende il lavoro, mentre difendendo il lavoro si alimenta un conflitto che non giova a chi lavora. Una suggestione che ha stregato l’intero ceto medio, il quale ha pagato a caro prezzo la fuga dell’industria verso Est. Il concetto finché campa il mio padrone campo io è una forma di sottoproletarizzazione culturale: e non è questo, caro professor Giannuli, un frutto amaro che già stiamo masticando? L’albero da cui lo raccogliamo fu piantato con l’imprescindibile aiuto del terrorismo rosso, che portando il conflitto fuori dei binari della democrazia fu determinante nell’operazione culturale di criminalizzazione di ogni forma di conflitto, anche quando perpetrato con metodi democratici e legittimi.

In un post precedente ho tentato di individuare altre due matrici, che scherzosamente ho nominato secondo una terminologia psicologica, ma che sono di ordine culturale, le quali determinano l’imbarbarimento della cultura politica dell’elettorato, e di conseguenza della cultura istituzionale.

il partito all’epoca non aveva responsabilità culturale?

Mettiamola così, professore: possiamo andare peggio, sempre un po’ più in là nella rovina. Ma che oggi a vaticinare imminenti derive autoritarie sia l’ex segretario di un (ex?) partito che usciva tutti i giorni pari e sovente nei dispari a Porta a porta, è francamente ridicolo. Il partito all’epoca non aveva responsabilità culturale verso il popolo che imbarbariva chiuso dentro le sue case a doppi servizi davanti al televisore? Quando tutto andava bene, lo spread era sotto 40, i vincoli di Maastricht un argomento da master di secondo livello e la troika non esisteva, quali erano i discorsi nelle sedi di Rifondazione? Lei se li ricorda? Io ricordo un circolo a Napoli adibito a deposito di pelati e parcheggio per il motorino del segretario. Ecco, lo dico: fino a quando il sacrosanto processo culturale al comunismo falce e cachemire dovrà passare per “antipolitica”, non sarà colmato alcun vuoto, né a sinistra né a destra.

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Note di Psicologia Politica Italiana

Da ieri abbiamo finalmente il governo. L’abbiamo aspettato per tre mesi: non un’eternità se consideriamo che in Germania c’è voluto giusto il doppio. Acutamente, Carlo Freccero rilevava che, in questi novanta giorni, gli italiani osservando la giostra delle consultazioni hanno avuto modo d’imparare come funzionano le proprie istituzioni.

Si spera abbiano capito, ad esempio, di essere in un sistema parlamentare con seggi assegnati secondo un metodo prevalentemente proporzionale; che, in tale sistema, dalle urne viene fuori la composizione delle camere, non il governo; la differenza tra governo e parlamento …
Ad un piano più elevato di comprensione, avranno certamente capito che gli elettori non mandano alcuno in parlamento all’opposizione, ma danno il loro voto affinché qualcuno li rappresenti nei luoghi ove si decidono tante cose importanti.

Cos’abbiano realmente capito gli italiani resterà un mistero.

A parte qualche lezione di diritto costituzionale, questi novanta giorni hanno insegnato molto sulla psicologia politica degli italiani. Discutendo con amici e parenti o infliggendosi lunghe scorse alle bacheche di Facebook, molti avranno notato che l’inconscio di chi parla di politica è dominato da una od entrambe queste tendenze: la forza irrazionale del tabù e il bisogno del padre. Vediamo di esaminarle brevemente.

Il tabù

È questo il problema principale dell’elettorato di sinistra, sia esso “progressista” o “estremo”. Avendo goduto per decenni di egemonia in ogni luogo fisico o metaforico di produzione culturale del paese (cinema teatro letteratura con una spocchia grande al punto da generare una istintiva repulsione in chi dalla cultura è escluso), costoro vivono in una rappresentazione mentale secondo la quale il mondo si divide tra i colti, che gravitano intorno ai salotti delle case borghesi e che s’identificano in un mondo di vacui significati come europeista, antirazzista, antisessista … e i barbari che invece sono tutti cazzari ruspaioli ascritti a gruppi identificati dalle altrettanto vacue etichette di razzisti, sessisti, sovranisti …

Costoro sono dominati oltre ogni misura dai tabù instillati nella loro mente dalla nobiltà intellettuale della sinistra a cui s’ispirano: non si sporcano con la Lega di Salvini, meglio la tortura! Dopo l’euro? Weimar! Tale ministro o tale deputato, se non l’hanno mai sentito nominare, dev’essere certamente un incompetente.
Mi è stato raccontato di alcuni che addirittura votano per il partito che sanno non entrerà in parlamento pur di rimanere duri e puri nei loro ideali universali. La sinistra, si sa, ha sempre ragione: se le dài torto o non l’hai capita o stai col nemico.

L’altra faccia del tabù è il senso di colpa. Conoscenti mi hanno raccontato di sms di amici in cui venivano rimproverati “come ti senti ad aver votato quelli che si sono alleati con la Lega“? (sottinteso: sei pure meridionale … )

Ogni tabù s’accompagna sempre alla più schietta ipocrisia. Che dal 2011 sia esistito un patto d’acciaio tra “conservatori” e “progressisti” che è riuscito a far ingoiare al Paese cose impensabili sotto il regno di Silvio – fiscal compact, cure da cavallo su pensioni e servizi sociali, abolizione art. 18, alternanza scuola-lavoro minorile, la fortunatamente bocciata riforma presidenzialista del bullo di Firenze … – è oggetto di innumerevoli distinguo, tutti fondati sulla necessità di salvare la nazione da un ipotetico tracollo. Per non parlare di come la loro nobile sinistra abbia per i trent’anni precedenti al 2011 fornicato con re Silvio in ogni modo concepibile nelle segrete stanze dei palazzi, ma questo è un altro argomento.

Il bisogno del padre

Questo schema del pensiero riguarda principalmente gli elettorati qualunquista e conservatore, ma s’affaccia spesso nei discorsi di molti elettori di sinistra ed è presente tanto nei colti quanto negl’ignoranti.

Si tratta di una persistente struttura mentale secondo la quale le elezioni avrebbero quasi un portato escatologico: si elegge il governo di un paese perché ne sia l’ultimo: quello che mette le cose a posto e tutti si vive in pace e prosperità per sempre. Il governo che viene, deve risolvere tutto e deve farlo entro i primi cento giorni. Ridiscutere Maastricht e risollevare i redditi, integrare tutti gli immigrati buoni e rispedire i cattivi al loro Paese e abbassare le tasse mentre migliora i servizi, mettere in galera tutti i delinquenti e riformare le pensioni.
Sarà un novello Salvador Allende in un raggio di sole o Sandro Pertini redivivo che ci farà discorsi che scaldano il cuore, sanerà ogni lacerazione del nostro tessuto sociale e ci guiderà verso la terra promessa. Un duce dal pugno di ferro contro mafiosi e corrotti che farà uscire dal cappello milioni di posti di lavoro.

Dagli albori della seconda repubblica, il bisogno del padre è uno dei mali principali del dibattito politico. Nessuna idea della complessità insinua sfumature nel pensiero di chi invoca l’uomo della provvidenza e qui la propaganda, da destra a sinistra, da Lega a 5 stelle, marcia e mangia facendo salire agli onori delle cronache costoro, i quali il prof. Giannuli a ragione definisce gli “ominicchi della provvidenza”.

E dunque? Tutto regolare

Certamente il governo che è venuto ha in programma obbiettivi discutibili, alcuni dei quali decisamente sbagliati. Manda un lezzo di giustizialismo che personalmente mi repelle. Si propone emerite fesserie come la flat-tax. Annuncia anche provvedimenti condivisibili, sulla carta.

Ma non c’è alcuna invasione barbarica in atto. Non si prevedono rivoluzioni né colpi di stato. L’opposizione è al suo posto. Tutto sta nella dialettica democratica.

Sul piano storico, al confronto col trentennio berlusconiano, con la parentesi dei tecnici e con la breve stagione di Renzi, un sistema di potere è stato democraticamente scalzato. Che il nuovo non sia poi così appetibile è vero, ma è un altro discorso.

Passerà, come passa tutto. Se è passato Berlusconi, tutto può passare.

Una laurea vale una vita. Ecco perché.

Non conoscevo la storia personale di Giada Di Filippo, la ragazza che s’è lanciata giù dal tetto dell’università di Napoli nei giorni scorsi. La cronaca è così: un calderone nel quale ribollono in forma di racconto della singolarità e imprevedibilità delle vicende che occorrono agli uomini ogni sorta di miseria e disperazione. Poi succede qualcosa accanto a noi che riguarda faccende contigue e omologhe alle nostre, che ci costringe ad un sentimento che s’atteggia a compassione.

Ignoravo la storia personale di Giada e continuo ad ignorare i suoi pensieri. Ma la cronaca è così: puoi fare il guardone dal foglio del giornale o arrivare al dato politico intrinseco che le storie personali contengono.

Il disagio ha un contenuto politico

Evidentemente il disagio di Giada non è riducibile al suo rapporto con l’università. Altrettanto evidentemente, il disastro dell’università italiana non merita alcuna indulgenza solo perché quando ci si toglie la vita lo si fa sempre per un problema personale. Il nostro disagio ha un contenuto politico e delle determinanti sociali – mi sembra che fossero questi gli elementi del dibattito col quale si decise di chiudere i manicomî.

Il contenuto politico in questione è piuttosto scivoloso. Tutte le nostre analisi partono dal presupposto che l’università è naturalmente difficile e che la difficoltà risieda nella complessità degli studi superiori. Il problema reale sarebbe perciò estrinseco all’università: nella mancanza di servizi psicologici, nell’inadeguatezza della scuola superiore che non ti prepara realmente allo studio rigoroso, nella fragilità personale che non viene compresa da un sistema in sé oggettivo e incentrato sulla performance

Questo è il nostro peccato più grave: avere introiettato la colpa.

La leggenda della cugina di un cugino che non usciva mai di casa

Possiamo sempre mentire, ingannarci, prenderci per i fondelli come più ci aggrada. Ma quando c’è di mezzo la vita, bisogna dire la verità. Tutti noi siamo inconsapevolmente vittime della vox populi: chi non ha passato l’esame d’ammissione sotto sotto è più scemo di chi lo passa; chi prende trenta ad un esame è più bravo di chi prende ventitré, chi si laurea a ventiquattr’anni è migliore di chi si laurea a trentaquattro. Dove non picchia il giudizio di merito, attacca quello morale: che è più onorevole e serio starsene in stanza a ingobbire e immiopire sul trattatello che viaggiare, imparare una lingua, farsi una passeggiata in certi pomeriggi d’aprile, leggere anche d’altro. La leggenda della cugina di un cugino che non usciva mai di casa, ha preso tutti trenta a medicina e adesso sta ad Harvard a sconfiggere il cancro.

Consoliamo noi stessi dicendo che una laurea non vale una vita, come a prendere un profondo respiro d’aria fresca nell’ansiotica apnea del nostro quotidiano, nel quale ogni azione e pensiero dice senza equivoco che la laurea vale tutta la nostra vita. Forse vorremmo dire: una laurea non vale un suicidio.

Dicevamo: la verità. Dirla devotamente, volgarmente, sguaiatamente. Più si vede da vicino l’università, più si rivalutano le fogne.

Le nefandezze più immorali e i piccoli soprusi

Il sistema alimenta la nostra ambizione col mito della laurea, del lavoro ben retribuito e del prestigio sociale che ogni società meritocratica – e perbene, visto che l’aspetto morale non manca mai – tributa a chi ha una laurea più degli altri. Se ti va male hai sempre la scialuppa dell’estero, del cervello in fuga. Ti costringe, per arrivarci, a ingoiare ogni cosa, e tu ti pieghi ad ingoiare ogni cosa: dalle nefandezze più immorali ai piccoli soprusi quotidiani. Il sistema è sadico: consapevolmente gira il dito nella piaga della tua ambizione.

Se è vero – ma non sempre – che tu non arrivi all’università con la più rigorosa formazione, è anche vero che non c’è alcun premio Nobel dall’altro lato della cattedra. Il più delle volte anzi sono nullità scientifiche miracolate da un sistema corrotto e familistico, che sanno le materie che insegnano tal quale a come stanno sui libri più diffusi, da cui copiano le diapositive, che a lezione leggono senza mai un barlume di luce negli occhi. In un posto meritocratico come amano predicare, essi cambierebbero le lampadine negli uffici dei veri professori.

Per gli esami sembra che tutti facciano riferimento allo stesso sistema: non è questo il punto. Si parte con domande molto vaghe. Tu la metti sui concetti, e loro dicono che sei generico e impreciso e cominciano a chiedere i numeri delle tabelle – che loro conoscono per averceli sulla stessa diapositiva che mostrano da dieci anni, cambiando ogni anno il colore di sfondo; tu la metti su numeri e tabelle, e loro dicono che non si studia così, che a noi la scuola non c’insegna a ragionare, che ai loro tempi quando si faceva la traduzione estemporanea greco-latino … reimpostare il discorso dopo il pistolotto sull’estemporanea greco-latino è impresa impossibile. Qualunque cosa tu dica, apparirà banale.

Guai se dici che lavori

Tu che sei un lavoratore – che fai un lavoro specialistico e sei rispettato da tutti, che hai girato l’Europa e parli bene due, tre lingue, hai letto Dante e Platone e conosci l’analisi matematica – quando entri lì lasci tutto fuori perché l’unico comportamento accettato è la testa bassa, il timore reverenziale e il silenzio. Devi tollerare bonariamente le patetiche battutine che fuori di lì faresti ringoiare a chiunque. E guai se dici che lavori: il più patetico di tutti ti viene a dire che tu o studi o lavori, entrambe le cose non puoi farle.

Devi semplicemente essere un altro.

Ognuno dei mammasantissima tiene cani da riporto e cani d’abbaio. I primi sbrigano le faccende noiose, i secondi mordono per conto del padrone: capitare all’esame con un cane d’abbaio è bocciatura certa e non contenti dopo aver bocciato per un cavillo, che magari hanno cercato in mezz’ora d’esame scrupolosissimo, si guardano tra loro dicendosi come si fa a presentarsi ad un esame senza sapere questo?
È la stessa, solita morale, che qui ritorna nella forma come osi sederti di fronte all’esimio scienziato tu che non hai letto le sbobinature della lezione del 4 marzo 20…

Esercizio del pensiero critico: non pervenuto. Vuoi discutere e sperimentare, tu? che non sei nemmeno andato in America a fare il phD? Ho già scritto di quello a cui dovevi fare una domanda sulla lezione mentre gli correvi dietro nel corridoio senza che lui nemmeno si voltasse.

Entri in uno studio per visionare il tuo compito scritto visto che per la quarta volta di seguito non l’hai passato insieme al 75% dei candidati, dici buona sera e l’altro risponde aspetti fuori.

Poco più bravi di lei

Ma lei è grande, quanti anni ha?

Ventotto.

E perché non lascia? Un domani ad un concorso lei si trova che gli altri sono poco più bravi di lei, ma lei si trova con cinque, sei anni di più …

Poco più bravi di lei … già, non basta la scemenza: se son stati più veloci, allora sono più bravi. Devono anche sfottere.

Spesso non ti degnano più neanche del lei. Con gl’impiegati qualche mattino che hai voglia puoi sempre attaccare a dare del “tu” a tua volta, ma con i docenti meglio abbozzare. Chissà che poi all’esame non si mettano a darti del “lei” in modo beffardo facendoti domande del cazzo.

Introiettano la colpa del sistema

In questo malsano mondo parallelo molti s’ammalano. Introiettano la colpa del sistema e la fanno propria. Cominciano a soffrire d’ansia. Prima dell’esame hanno singolari reazioni psicosomatiche e alcuni dopo un po’ non possono più sentir parlare dell’università. La famiglia impotente se sei fortunato cerca di consolarti, ma sotto sotto anche mammà e papà pensano che il professore è un uomo di scienza e tu sei ancora un ragazzino che prende le cose un po’ troppo emotivamente. Certo, se poi vai su un tetto e ti lanci di sotto o meno drammaticamente molli la presa e ti cerchi un posto nelle ferrovie, sei sempre tu che sei fragile, che non sei adatto. Ed è vero. Ma una cosa vera non è tutta la verità. Tra la tua fragilità e le conclusioni che ne trai c’è di mezzo il mondo.

Il mondo che picchia duro e fa presto a dire che la fragilità è un lusso che devi pagare a tue spese.

Serenate alle puttane: una puttanata da due soldi (e milioni di click)

Mentre con tutto il da fare quotidiano preparo a rilento un importante post a favore dell’inchiesta Bloody money” di Fanpage.it, constato con tristezza che questa testata, ormai famosissima, pur avendoci regalato un gioiello del giornalismo d’inchiesta, tira a campare profondendosi in innumerevoli attività o demenziali o demagogiche, allo scopo di attirare click – quindi sponsor – dando in pasto sempre nuovi video alla voglia del pubblico di gratificarsi dileggiando l’ignoranza altrui o di commuoversi aderendo ai buoni ed innocui sentimenti.

L’idea di caricare una puttana non per farci sesso, per ascoltare la sua storia e consolarla una mezz’ora non è nuovissima. L’abbiamo avuta tutti. Appartiene ad un immaginario adolescente che cerca d’inventarsi una virilità senza spigoli, approfondire il quale sarebbe qui troppo laborioso.

Tra il pensarlo e il farlo tuttavia c’è sempre uno scatto del pensiero che implica una motivazione aggiuntiva. Vediamo di esaminare questa brevemente.

Una puttana è colei la quale noleggia il suo corpo per dar sfogo sessuale a qualcuno. Malgrado tutta la poesia e le leggende che nei secoli hanno ammantato questa professione, è il gradino più basso della schiavitù, indipendentemente dalla presenza o meno di uno sfruttatore, che è sopravvissuto a tutte le rivoluzioni reinventandosi in modi sempre nuovi.
Sugli schiavi si ha potere assoluto. Caricare una prostituta e concederle di non consumare l’atto, donarle la delicatezza di una canzone che parla d’un bene della vita anelato e lontano, rinunciare al pompino nonostante l’insistenza di lei, non è altro che una concessione del padrone temporaneo. Non v’è alcunché che riguardi l’amore del prossimo né la restituzione della dignità ad una schiava.
Tutta la retorica sul momento d’amore donato nel totale abbrutimento è uno schermo dell’ego che si gratifica ad immaginarsi speciale: esiste qualcosa di più speciale che, nel potere assoluto sul corpo di una persona, concedere le coccole e le carezze? E cosa tira, su internet, se non le cose speciali, insolite e a lieto fine? (In questo caso il lieto fine è solo un mancato pompino, non certo la restituzione della dignità). Un’idea adolescenziale senza alcun contenuto morale o politico, anzi proprio un’azione immorale: perché non si sono offerti alla puttana assistenza legale, un lavoro alternativo e dignitoso … in qualità e veste di puttana la si è incontrata e caricata, e alla puttana, non alla donna, si son concesse la canzoncina e il crisantemo candido.

Il cantante Claudio Gnut, arruolato (assoldato?) per fare questa operazione mediatica che ci ha inzuccherato l’8 marzo non ha fatto altro che sfruttare la disperazione di queste schiave per la notorietà sua e di Fanpage. E ovviamente per i click – milioni di click, che sono sponsor, che sono soldi.
Piuttosto, avendo lui stesso dichiarato nel video a 0:35  che avrebbe pagato per il loro tempo ci troviamo di fronte ad problema che, se non ha rilevanza penale, l’ha certamente dal punto di vista etico: uno sfruttamento della prostituzione non a fini sessuali ma a fini mediatici. O una percentuale dei click sulle pubblicità sono andati alle signore che hanno partecipato al video?

L’aspetto peggiore non è nemmeno questo, ma la spirale perversa che queste lordure innescano: il pubblico si commuove dinnanzi al film stantio dell’attimo di dignità che rompe lo squallore e legittima queste soluzioni individuali e adolescenziali come se fossero atti politici.

Atti che invece sono perfettamente funzionali alle dinamiche dello sfruttamento. Se facessi il pappone commissionerei simili video una volta al mese ad un cantante diverso: Ramazzotti, Morandi, Al Bano, Fedez & J-Ax … avrei le ragazze meno stressate, il popolo convinto che anche alle puttane ogni tanto si dà un po’ di dignità, e ci farei anche la parcella d’un buon avvocato, il quale ad un eventuale processo mi farebbe valere tutta la faccenda come circostanza attenuante generica.

Risposta di Peppe Iannicelli

[Il giornalista Peppe Iannicelli gentilmente risponde ad un precedente articolo di questo blog, il quale a sua volta faceva riferimento ad un suo ariticolo sul sito Optima Megazine. La risposta è stata inviata come commento alla pagina facebook Hey, Pachuco!
Per darle maggior risalto la si pubblica qui di seguito]

Un intervento di grandissimo interesse. Ha colto bene il senso della mia grossolana provocazione alla quale lei replica con argomenti molto raffinati. Ho fatto la mia gavetta ed oggi sono anche io padre di due figli che cercano di farsi strada nel mondo del lavoro in un contesto non semplice. E di ragazzi come loro ne incontro tanti nella mia redazione che accoglie valorosi laureati in Scienze della Comunicazione et similia che ardono dal desiderio di fare i giornalisti. Sono giovani di grandissimi competenza e cultura ma non hanno la mimina idea di come lavori una redazione giornalistica, di come si selezioni una notizia, di come si rispettino tempi di produzione. Appunto sono acculturatissimi ma non sanno fare la o con il bicchiere nel senso che devono diventare pratici del mestiere. In questa fase della vita professionale ritengo giusto ricevere un piccolo compenso in ragione dell’investimento che comunque l’azienda compie nei loro riguardi ed del tempo che io stesso gli dedico per l’apprendistato. La mia gioia più grande è quanto questi ragazzi che hanno l’età dei miei figli messi alla prova si dimostrano capaci e brillanti al punto di meritare contratti di lavoro più congrui al loro merito. Grazie per il contributo offerto alla riflessione e per l’apprezzamento ai miei interventi sportivi.
Peppe Iannicelli.

L’ovvio non è originale: contestazioni amichevoli alla campagna #metoo

Fonte immagine: https://www.rnews.co.za/

Una rappresentazione del mondo come fallocratica ingiustizia imperante fa sì che, nella convulsa ricerca di una possibile giustizia ideologica e schematica, non si rimanga solo sconvolti dall’ovvio: lo si odia, con veemenza tale che pur di essere politicamente corretti si finisce con l’essere logicamente assurdi (su questo torneremo anche in un prossimo post).

Un breve riepilogo dei fatti

Si svolge negli ultimi mesi un dibattito transnazionale sulle molestie sessuali. Dibattito che ha preso le mosse dalla denuncia da parte di innumerevoli attrici nei confronti del signor Weinstein, celeberrimo produttore cinematografico a quanto pare affetto da priapismo. Indifendibile.

Sull’onda dell’emozione per le dozzine di donne che hanno raccontato le loro disavventure col signor Weinstein, è nato un movimento di denuncia contro il sexual harassment in tutte le sue forme in tutti i paesi che contano. Il movimento, come tutti i movimenti che non escono oltre il perimetro dell’ #hashtag, è un calderone nel quale ribollono gli uni accanto alle altre racconti inquietanti e circostanziati e denunce irricevibili come quella di Gwyneth Paltrow; nuovi casi relativi ad altri pezzi grossi dell’ambiente e qualcuno che denuncia la grande ipocrisia che serpeggia tra gli indignati e una fetta consistente delle vittime.

Sul merito della faccenda credo che la migliore risposta l’abbia data una dichiarazione su Le Monde, curiosamente firmata da sole donne.

L’ovvio ci salverà dal delirio

Dicevamo dell’ovvio. Quando si afferma l’ovvio, le invasate si fanno uscire la schiuma da bocca perché si sentono minacciate: esso piccona la ricerca compulsiva dell’originalità e le paraculate su cui si costruiscono le carriere politiche e mediatiche. Piccona anche quel senso di giustizia, se pure onesto, nutrito soltanto di luoghi comuni.

Io detesto parlare dell’ovvio, tuttavia mi vedo spesso moralmente costretto a farlo per non soccombere all’imbecillità dilagante. Dunque elencherò schematicamente alcune ovvietà, perder di vista le quali può costare molto, molto caro alla nostra società:

  •  Non creare realtà di comodo per avallare motivazioni ideologiche.

    Sospettare che tra le vittime di abusi vi siano anche donne, le quali cialtronescamente prima erogano favori sessuali in cambio di benefici e poi gridano al porco, non equivale a difendere molestie e stupri: è sospetto legittimo e senso di realtà.

  • Non censurare il punto di vista altrui per rinforzare la realtà di comodo e fare carriera come attivista.

    Posto che il favore sessuale esiste ed è uno scambio mutuo e consensuale, per quanto deprecabile, cosa affermano di male coloro i quali dicono che la denuncia tardiva di molestie dell’impiegata postale, che dice: se non mi avessero messo la mano sul culo avrei fatto la protagonista in Matrix, merita ben altra pietà dal resoconto tardivo d’un’attrice sostanzialmente mediocre, che ha fatto una luminosa carriera – inspiegabile sulla base delle sue doti d’attrice – la quale dopo aver goduto tutti i benefici e le prebende del sistema se ne esce all’improvviso con la storia del panciuto e sudato produttore che chiede di massaggiare un po’ i suoi rotolini, possibilmente con un “happy ending”?
    Certamente molte donne restano traumatizzate da tali episodi e tacciono. Fanno carriera, ma per il talento. È giusto che la loro denuncia venga accolta da un’accorta sensibilità anche quando i termini dell’azione penale sono scaduti. Ma perché a noi si fa divieto di dire che non tutte sono oneste? Qualcuno forse per demagogia vuol dipingere un mondo in cui le donne son tutte oneste e in buona fede, allora è sacrosanto respingere questa censura.

  • Non pubblicare notizie di molestie senza verifiche.

    La molestia sessuale è un reato odioso ed infamante. Ancora fresco è il caso Tornatore-Trevisan, che torna qui emblematico. La signora Trevisan rilascia un’intervista a Vanity Fair nella quale asserisce di molestie da parte del signor Tornatore vent’anni addietro. La notizia viene ripresa da Repubblica.it con titoli sensazionali, Tornatore minaccia giustamente querele e Asia Argento a stretto giro twitta: “denunciaci tutte”.
    Siccome la molestia è un reato odioso ed infamante, in un mondo ideale, prima di pubblicare una notizia a titoli roboanti, si cercano verifiche e riscontri, i quali, se non possono essere trovati per il caso in ispecie per mancanza di testimoni, possono consistere nella ricerca di altre donne che abbiano subito molestie dallo stesso soggetto e non possano aver precedentemente concordato una versione con l’accusatrice – un molestatore raramente non si ripete. Altrimenti tanta solidarietà alla signora Trevisan, ma andasse dai carabinieri e scrivesse un libro di memorie, assumendosene la responsabilità morale e penale, senza il megafono dei quotidiani, che per fare clic e vendere copie sputtanano l’onorabilità di ogni malcapitato.
    Non è nuovo che Repubblica, principale organo di stampa dei politically correct della nazione, per il plauso dei benpensanti è disposta a pubblicare ogni genere di porcheria, per giunta facendo un tale spregiudicato uso dei titoli fuorvianti da fare invidia alle riviste scandalistiche, al costo di fare carta igienica non solo della deontologia giornalistica, ma persino dei principî dello stato di diritto.

  • Quando ci facciamo viola a strillare per i diritti, non dimentichiamo che anche la presunzione d’innocenza è un diritto.

    Il combinato disposto tra l’onere della prova a carico dell’accusa e la presunzione d’innocenza ha una funzione precisa, che non è quella di mitigare l’azione legale contro i rei, ma di tutelare da un uso privatistico e persecutorio della giustizia gli innocenti. E noi che difendiamo questi diritti non siamo maschilisti né pazzi né tiriamo l’acqua al mulino d’alcuno, ma difendiamo retti e saldi principî, molto più di chi si fa pubblico portavoce di una confusa campagna che accoglie indistintamente vere vittime e meschine delatrici.

Lettera al prossimo Ministro degli Interni – Parte 3

[… segue]

La demagogia di politica e stampa non fa che eludere il problema

Lungi da me voler difendere questi ragazzi dalla giustizia. È stato odioso vederli prendere a calci un barbone e serve che paghino caro il doloroso esame di coscienza che dovranno pur farsi, un giorno. Voglio piuttosto difenderli dalle castronerie a briglia sciolta dette da persone come Minniti, perché non fanno altro che eludere il problema e aizzare contro queste vittime dell’edonismo consumista e dell’egoismo borghese il popolo babbione. Ho il dovere di difenderli dai giornalisti che sul Mattino dell’altro giorno (17 gennaio 2018) equiparavano un povero cristo di fioraio ad un teppista meritevole di Daspo. Ho il dovere di difendere le loro vittime, come Arturo e Gaetano, dalle facili conclusioni con le quali voi credete di spiegare e addirittura risolvere tutto questo.

Il suo illustre predecessore prosegue: « Non consentiremo alle baby gang di cambiare le abitudini dei giovani napoletani », e questa è forse la castroneria più grossa. La realtà deve cambiarci, altrimenti non noi potremo mai cambiare la realtà. E vengo all’appello che le faccio essendo Ella appena investito del ruolo di Ministro dell’Interno.

Insegniamo ai ragazzi i loro veri diritti

Dobbiamo cambiare la vulgata secondo la quale più poliziotti e più galera renderebbero le nostre città più sicure; dobbiamo far tornare i nostri ragazzi a studiare storia e filosofia perché non si bevano più la scemenza che loro diritto sia la movida con gli amici e l’unico conflitto nel mondo sia chi offre il prossimo cicchetto: loro diritto è avere gli strumenti per comprendere la realtà così come l’hanno ereditata dalla generazione precedente e avere tutti i mezzi intellettuali, morali e materiali per cambiarla; loro diritto è sentire la verità sull’antropologia del consumo; loro diritto è non doversi ciucciare per i prossimi cinque anni un Ministro che equipara teppisti e terroristi; loro diritto, se vogliamo parlare di diritti, è vivere in una società che dia ai loro vili aggressori, perché nessuno nega che siano vili, lo stesso diritto che avranno avuto loro di comprendere la differenza tra l’onore e la viltà.

Istruzione e lavoro, ma non quelli a cui siamo abituati

Poi sommergeteci pure di pattuglie per proteggerci dalle “stese” e dai pestaggi: Ella, che vive scortato dai reparti d’élite delle forze armate, non sa il conforto che mi danno i lampeggianti blu in lontananza quando, rincasando dal lavoro a tarda sera, cammino per il rione. Ma non ho la cecità né la superbia di credere che siano la vera soluzione, che possano rimpiazzarsi all’istruzione – quella che dice all’azienda cosa è giusto produrre, non quella che si fa dire dall’azienda cosa è giusto insegnare; al lavoro – quello dignitoso e congruamente retribuito, non lo sfruttamento del lavoro nero o quello legalizzato di stage, corsi e tirocinî.

Se quanto le scrivo esula dai compiti del suo dicastero, faccia protocollare la presente e la giri al Ministro della Pubblica Istruzione e ci faccia almeno la cortesia di non dire scemenze a briglia sciolta come il suo predecessore.

La saluto cordialmente e le auguro buon lavoro.
Michele Di Mauro.