M5S: alle radici del successo e della svolta a destra

Foto di piero tasso da it.wikipedia.org

Il M5S non nasce come forza politica di destra. È diventato di destra per vincere. È diventato di destra per governare.

il cittadino deve esercitare la decisione politica senza la mediazione

Alle origini propugnava la democrazia diretta in opposizione alla democrazia rappresentativa. Secondo questa idea, il cittadino deve esercitare la decisione politica sui temi della realtà che lo circonda senza la mediazione dei partiti, dei sindacati, delle associazioni ecc. Ciascuno vale uno e la decisione a maggioranza determina direttamente l’azione dello Stato.
Per costruire questa cultura politica, esso ha proposto ed alimentato una visione della realtà che superasse il conflitto storico tra Capitale e Lavoro a favore di una rappresentazione della società (e dei rapporti di forza in essa costituiti) dominata dalla categoria di cittadino. I cittadini sarebbero un generico popolo pacificato in se stesso, il quale spontaneamente coopererebbe al benessere di ciascuno degli individui e all’efficienza delle istituzioni di cui si è dotato. Il conflitto dei cittadini, portatori di una visione universalistica del benessere sociale, è contro la élite che gestisce in modo oligarchico e corrotto il potere dello Stato e i mezzi di produzione. I corpi sociali intermedi sono il mezzo attraverso il quale si attua il dominio dell’élite. Partiti e sindacati, piuttosto che organizzare la vita politica dei cittadini, agiscono da barriera tra questi ultimi e il processo decisionale che si svolge intorno alle questioni che li riguardano.
Né di destra né di sinistra voleva innanzitutto stabilire che il conflitto tra chi detiene i mezzi di produzione e chi ha la forza-lavoro è superato. Poi ha anche avuto una sua valenza tattica per marcare una differenza con le forze di sistema, ma questo è secondario.

Questa visione disossata del conflitto sociale ha ottenuto tre effetti politici strepitosi:

  • rivalutare implicitamente il liberismo economico: i cittadini, nella qualità di categoria onnicomprensiva, perseguono in quanto tali il benessere universale; allora il modo di vivere dei cittadini, che de facto perseguono il loro benessere individuale, è di per sé giusto così com’è;
  • per il punto precedente, che il M5S si accreditasse nel salotto della politica che conta come forza non ostile ai capisaldi del sistema (proprietà privata, consumismo ecc. );
  • che l’elettorato italiano, dagli anni del cosiddetto riflusso nel privato piuttosto restio alla messa in discussione del suo modo di vivere, accettasse senza timori d’eversione questa proposta di cambiamento conservatore.

il lavoratore dipendente non immagina altro mondo da quello in cui il mezzo di produzione ce lo mette un altro

Il cittadino, tutto preso dal perseguire il suo benessere materiale, non ama la promessa di grosse perturbazioni nel sistema, perché quest’ultimo gli dà bocconi più o meno sostanziosi secondo la congiuntura per alimentare in lui i soliti miraggi. Di conseguenza il cittadino in maggioranza, il lavoratore dipendente, che non immagina altro mondo da quello in cui il mezzo di produzione ce lo mette un altro, l’imprenditore, si lascia attrarre da chi parla d’impresa e miliardi; mentre chi parla già genericamente di diritti dei lavoratori gli indica la strada verso l’inconcludenza a cui lo ha abituato la sinistra.
Che il discorso dei 5S sia rivolto alla « piccola e media impresa » non è che un artificio ideologico per avallare lo schema: il cittadino imprenditore vessato dal fisco contro il grosso imprenditore oligarca dell’élite, che ha la residenza fiscale in Lussemburgo e la manovalanza in Cina.
Su questa perdita del substrato culturale di classe si basa preminentemente la rappresentazione post-ideologica della mondo. La classe c’è sul piano materiale, ma non si rappresenta più sul piano simbolico e perciò non è più classe. Invoca il padrone per salvarsi, ad esso si uniforma culturalmente.

dietro la maschera feroce del mostro chiamato populismo in realtà si cela il solito sistema

Piuttosto che ricostruire quel piano simbolico, il M5S non ha fatto altro che intercettare il sentimento diffuso in gruppi sociali molto diversi, legarlo insieme con l’ideologia della post-ideologia e passare alla cassa delle elezioni a riscuotere.
La sua forza è stata l’offrire un simbolo facile, quello di cittadino, intorno al quale raccogliere consenso politico senza l’impegno ad una prassi politica militante. Il M5S è post-ideologico per davvero: ha capito che è il popolo che è di destra, e gli ha offerto rappresentanza.
Se avesse parlato esplicitamente di lavoratori e diritti, di investimenti pubblici, di tasse alte per i ricchi, di standard retributivo europeo e freni alla libera circolazione dei capitali, non avrebbe preso manco i voti di Rifondazione.

Dietro la maschera feroce del mostro chiamato populismo in realtà si cela il solito sistema, soltanto un pizzico più forte coi deboli e un pizzico più debole coi forti. E perdonatemi se quello che vi dirò suona un po’ moralista, ma non posso fare altro: un nuovo modello si può costruire solo rimettendo in discussione il dogma a cui oggi siamo tutti devoti, da destra a sinistra, senza eccezioni: il benessere materiale individuale. Solo distruggendo i suoi simboli nascerà qualcosa di nuovo (magari proprio a sinistra, chissà …).

 

 

 

 

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La suggestione e la marea nera: sul caso di Mimmo Lucano

fonte immagine: quicosenza.it

C’era una volta il regime

Ho iniziato a leggere i giornali verso la fine del 2001. Era appena iniziato il Berlusconi II che governò con una maggioranza talmente oceanica che neanche ci accorgemmo del passaggio al Berlusconi III. Ricordo il clima e i toni da paese oppresso: la destra del partito-azienda a braccetto coi post-fascisti di AN e i razzisti della Lega Nord e i neo-DC di Casini s’era impadronita delle istituzioni. A Genova s’eran dati subito da fare col dare una bella lezione al dissenso organizzato; Berlusconi c’aveva la Rai e Mediaset, si faceva le leggi ad personam per sé e per gli amici, metteva le corna nelle foto istituzionali, usava il governo per non finire in galera, aveva un oscuro passato di rapporti con Cosa Nostra ed era un evasore fiscale di primo piano, tentava di mettere il potere giudiziario alle dipendenze dell’esecutivo.
Di quell’epoca ricordiamo leggi come la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Fini-Giovanardi sulle droghe, oltre l’isterica allergia di Berlusconi al confronto politico.
Tutto ciò valse che ad ogni parola anche sussurrata del priapo di Arcore o di Fini e affini i giornali che circolavano dalle mie parti (Repubblica, Manifesto, Unità, ogni tanto Liberazione) tuonassero al regime al fascismo e alla dittatura e per le cose che abbiamo elencato una certa aria da “governo degli intoccabili” aveva le sue ragioni per esser percepita nella società. Eppure in parlamento sedevano ben due partiti comunisti.

avvicinandosi alle elezioni del 2006 il paese ne ebbe avuto così tanto di questa dittatura che il clima cambiò

Sotto la cappa plumbea di quel quinquennio, la fine del berlusconismo si rappresentava nelle menti di tutti. Il 23 marzo 2002 vi fu una manifestazione di dimensioni « colossali » in difesa dell’articolo 18. Avvicinandosi alle elezioni del 2006 il paese ne ebbe avuto così tanto di questa dittatura che il clima cambiò: c’erano fermenti ed entusiasmi, la fine del regime s’avvicinava, ci saremmo lasciati per sempre alle spalle il berlusconismo dopo essercene vaccinati – vi ricordare la famosa intervista a Montanelli? – e l’Italia sarebbe diventata un paese finalmente equo e non corrotto, sarebbe arrivato il governo che avrebbe rimesso tutto in ordine. Di questa tendenza psicologica dell’elettorato italiano ho scritto in un post precedente.
Alle lezioni del 2006 vinse l’Unione e come andarono a finire le cose è storia nota. Silvio tornò dopo soli due anni e di nuovo il lessico dei giornali più o meno d’opposizione s’impostò sul registro pesante: regime, fascismo, dittatura.

Da quando compro i quotidiani, questo registro apocalittico per descrivere la destra è sempre esistito. Invero in Italia dare del fascista a chi non la pensa come sé è un costume piuttosto diffuso, specialmente a sinistra e più vai a sinistra più il dominio di fascismo si allarga. A spiegare le ragioni della loro scelta lessicale sono stati in pochissimi: a me viene in mente solo il Pasolini corsaro. Per il resto è fascista un po’ tutto e un po’ niente, secondo le emozioni del momento.
Quand’ero ragazzino, intendevo il forte significato metaforico dell’uso di detti termini, nel senso di concreto pericolo per le istituzioni democratiche. E questo linguaggio mi faceva identificare ed uniformare intellettualmente a quel corpo sociale che la democrazia voleva proteggerla.
La banda Berlusconi aveva realmente tentato una riforma in senso autoritario della Costituzione del ‘48 che fu sventata dal referendum nel 2006, ma né mi risulta che la politica spiccatamente di destra e oligarchica della stagione di Monti (2011-2013) o il tentativo di riforma costituzionale di Renzi nel 2016, per molti versi analogo a quello di dieci anni prima, abbiano suscitato negli stessi attori lo stesso sdegno democratico; né che tali cose abbiano determinato un linguaggio politicamente così violento, riecheggiante la dittatura.

sulla genesi di questa maggioranza gli storici avranno di che scervellarsi

Corre l’anno 2018 e l’Italia è nuovamente governata dalla Lega, ma in coalizione con un partito che è un po’ destra un po’ sinistra e molto confusione, professando d’essere nessuna delle tre. Sulla genesi di questa maggioranza gli storici avranno di che scervellarsi. Limitiamoci a notare che il registro linguistico dei commentatori di sinistra si è reimpostato su: fascismo, estrema destra, governo più a destra della storia repubblicana. Talvolta mi pare d’intendere ancora l’uso metaforico iperbolico provocatorio di queste espressioni. Eppure comincia a sfuggirmi il punto, provo fastidio. Sia perché le metafore non vanno mai abusate sia perché alle iperboli dopo un po’ ci si assuefa e perdono il loro effetto. Ma soprattutto per un’altra, più delicata questione, che cercherò di delineare.

L’arresto del sindaco di Riace e il delitto Matteotti

L’amico Francesco posta su Facebook:

L’arresto del sindaco di Riace è il delitto Matteotti di questo governo

Seguo da tanto le vicende di Riace e penso che la politica nazionale avrebbe dovuto prendere spunto ed esempio da quel modo di fare accoglienza agli immigrati. Ma nel paragone con Matteotti qualcosa mi urta e lo spiego in commento:

  • Matteotti venne ucciso da un corpo militarmente organizzato di un partito politico. Lucano viene messo agli arresti domiciliari dalle forze dell’ordine su mandato di un procuratore, che ne ha fatto richiesta ad un giudice per le indagini preliminari;
  • gli organi giudiziari in Italia sono indipendenti dal governo;
  • la magistratura politicizzata esiste, ma quando c’è questo sospetto bisogna portare elementi di fatto (non dico prove in senso giuridico, ma elementi significativi come una precedente dichiarazione del magistrato a favore di una politica avversa a quella che si difende, la sua appartenenza ad una corrente di destra …). Altrimenti le mie sono solo illazioni. Libere illazioni, ma sempre e solo illazioni: se si sceglie di non argomentare ciò che si dice, si fa un atto legittimo ma di basso valore intellettuale e politico;
  • le azioni di Lucano sono gesti di disobbedienza civile attuati per un nobile fine, ma se tali gesti costituiscono reati penali, la magistratura non ha scelta e deve perseguire i reati, come stabilito dall’art. 112 della Costituzione e dall’art. 50 del Codice di procedura penale. L’obbligatorietà dell’azione penale è un principio di diritto, volto a prevenire che i potenti possano, coi loro mezzi di pressione, manipolare la discrezionalità del magistrato. 

Nessuno ovviamente la pensava come me, in particolare la mia amica Agnese. Ma perché difendo il magistrato e non il sindaco di Riace, del quale approvo e difendo le scelte politiche e persino i gesti di disobbedienza civile? Vorrei spiegarlo, ai miei amici Agnese e Francesco.

la qualità del discorso demagogico di destra è non avere struttura argomentativa

Quando tu scegli il discorso suggestivo rispetto a quello razionale, quando spingi l’analogia fino alla falsa equivalenza, per quanto tu sia animato dall’intenzione di difendere una causa politicamente giusta, stai autorizzando un modo di discutere senza struttura argomentativa, che è esattamente la qualità del discorso demagogico che si contesta alla destra. Se ciò che dico si basa su suggestioni e non su ragionamenti, devo accettare che il modo di procedere del dibattito pubblico sia questo, anche quando a parlare sono i miei avversari. Dunque io posso equiparare gli arresti domiciliari di uno a un efferato delitto politico, e la destra può usare il termine invasione per definire imponenti flussi migratori che stanno oggettivamente ridisegnando la fisionomia della nostra società. Entrambi i punti di vista sono disonesti, perché (1) il delitto Matteotti fu operato da un corpo di partito militarmente organizzato a scopo di soppressione del dissenso, mentre l’arresto di Lucano è avvenuto con tutte le garanzie dello stato di diritto e non certo per sopprimerne il dissenso alla politica dello stato, rappresentato dal suo progetto-Riace, se il gip non ha riconosciuto consistenti parti dell’impianto accusatorio e lo stesso procuratore che ne ha chiesto l’arresto dice che non è in discussione il progetto; (2) il termine invasione appartiene ad un campo semantico di natura militaresca, che denota aggressività, intenzionalità, volontà di conquista, il quale evidentemente non c’entra alcunché con la migrazione di gente disperata.

La demagogia vive di suggestioni feconde quanto infondate e di brutali semplificazioni operate là dove servirebbe pensiero complesso. Noi inseguiamo la destra in una gara a chi semplifica meglio e più brutalmente la rappresentazione di un reale che è estremamente complesso e non ce ne accorgiamo. Anzi ci sentiamo talmente superiori che pur di difendere le nostre illazioni riesumiamo la massima andreottiana sul pensar male.
Mi dispiace, amici. Questa “filter bubble”, nella quale siamo tutti pro-immigrati antirazzisti progressisti, va messa un po’ a soqquadro: essere dalla parte del giusto non ci autorizza ad essere intellettualmente disonesti.

I ricchi hanno Repubblica e la polizia. I poveri Scibilia e il taser.

Introduzione

Roma. Mercoledì, 23 Agosto 2017. La polizia di stato esegue lo sgombero di una palazzina situata nei pressi di piazza Indipendenza, occupata abusivamente da alcuni immigrati. Solita manfrina tra idranti, manganelli, sedie e bottiglie che volano. Uno degli sgomberati lancia una bombola del gas. Un poliziotto grida: « spezzategli le braccia ». Il Capo della polizia Gabrielli si scusa per le parole dell’agente e assicura provvedimenti disciplinari. Fin qui tutto normale (fin troppo normale se il Capo della polizia pacificamente non difende uno dei suoi).
Poi uno dei quotidiani più letti del paese spara in prima pagina la foto di un agente che accarezza una donna in lacrime, come potete osservare dall’immagine qui:

Abitualmente a che pagina si danno le notizie degli sgomberi? Che notizia è un poliziotto che mette le mani in faccia a una donna in lacrime? Che deontologia sta seguendo una redazione che invece di mettere in prima pagina una foto che racconti i fatti salienti (un centinaio di persone in stato d’indigenza costrette con le cattive maniere a lasciare le proprie abitazioni senza che gli fosse prospettata un’alternativa) sceglie di dare risalto ad un episodio così insignificante? (Per quanto ne sappiamo quel poliziotto avrebbe potuto benissimo aver detto nun piagne che te stacco ‘a testa). Addirittura viene proposto un ridicolo editoriale dal titolo “Ripartire da quella carezza”, senza alcun senso del pudore.

Ovviamente il punto non è né lo sgombero (se ne faranno decine ogni mese) né il poliziotto che consola (?) la donna che ha suo malgrado privato di un tetto sulla testa, ma lo sbirro che grida di spezzare le braccia al disperato che ha tirato la bombola. Perché è vero che non si tirano le bombole alla polizia o a chiunque altro, ma il ruolo del poliziotto è bloccarlo, non punirlo. La cosa puzza di operazione mediatica, che non possiamo dimostrare se sia stata in qualche maniera concordata: “noi prendiamo le distanze da quello dei nostri che ha sbagliato, ma voi in cambio aiutateci a dimostrare che abbiamo svolto il nostro lavoro con umanità”. È noto – ed onorevole – l’impegno profuso dagli ultimi due Capi della polizia nel tentare di restituire al corpo uno straccio d’immagine democratica; è possibile, d’altro canto, che il direttore di Repubblica, Calabresi, figlio di un poliziotto che ha perso la vita negli anni di piombo, abbia una certa sensibilità per il tema. Non è perciò un’ipotesi inverosimile.

È un peccato per la Repubblica, giornale il quale, specialmente dalla penna di Carlo Bonini, si è varie volte schierato contro gli abusi delle forze dell’ordine con apprezzabile coerenza.

Ma a che ci serve ricordare questo fatto quasi insignificante, a più di un anno di distanza?

L’introduzione del Taser

Questo mese è partita la sperimentazione del giocattolo elettrico più pericoloso del mondo da parte di polizia e carabinieri. Come la mettono dal Ministero dell’Interno, il taser è un’alternativa non letale all’arma da fuoco in dotazione agli agenti in servizio di pubblica sicurezza. Nel vademecum stilato per gli agenti che partecipano alla sperimentazione è chiaramente affermato che la pistola elettrica è un’arma propria, quindi gli articoli del codice penale a cui si fa riferimento per un suo uso legittimo sono quelli che parlano di armi, stabilendo i seguenti criteri:

• necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa (art. 52 c. p.);

• uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla necessità di respingere una violenza (art. 53 c. p.).

Messa così pare un passo in avanti: se e quando possibile, in alternativa a spararti, ti diamo una scossa elettrica, cosicché evitiamo d’ammazzarti ed è meglio per te e per noi. Non sono previsti casi nuovi in cui il taser può essere usato in circostanze diverse dalla difesa di sé od altri, ad esempio come strumento di coercizione, per legittima che sia. Cioè non può essere usato contro chi non si ferma all’alt al posto di blocco o non vuol dare i documenti o fa il duro a salire in macchina se arrestato: ciò equivarrebbe all’uso dell’arma da fuoco.

Tutto meraviglioso, se non fosse che poi in strada ci va Scibilia:

Perché qualunque cosa dica Gabrielli per ricucire il rapporto tra la polizia e la società, restano attuali le parole del procuratore di Genova Enrico Zucca:

« Lo dimostrano i numeri, lo dimostrano i fatti, oggettivi come accertati: la devianza di molti appartenenti alle forze dell’ordine non è una devianza che ha riguardato poche mele marce. La devianza dei comportamenti è una devianza diffusa, vasta. Che ha riguardato non solo l’uso irragionevole e ingiustificato della forza nei confronti di persone inermi (…) ma ha riguardato anche la falsificazione di prove (…) ».

In questo contesto, in cui ancora pesano i casi di Cucchi, di Rasman, di Aldrovandi, con i macellai della Diaz ancora anonimi e in divisa, il taser non è un’alternativa potenzialmente meno letale per chi in strada si trova a dover usare le armi, ma un giocattolo elettrico dai limiti operativi indefinibili.

Amnesty International ha dimostrato che i poliziotti dotati di taser non ne fanno un uso alternativo alla pistola, ma lo adoperano come strumento di coercizione in situazioni in cui l’uso della pistola non sarebbe mai ammesso, aprendo scenari nuovi in cui si può dare la scossa a chiunque non sia collaborativo per qualsiasi ragione, configurando così una forma di tortura.

Report di Amnesty International sull’uso del taser da parte della polizia olandese

Il taser non è uno strumento adatto a compiti di pubblica sicurezza, dal momento che ancora oggi nei nostri corpi di polizia persistono sacche di cultura reazionaria e di grave imperizia relazionale e operativa. Qualunque cosa dica Gabrielli, non basta prender le distanze a parole dai colleghi che sbagliano per ricucire il rapporto che si lacerò a Genova nel 2001. Bisogna agire sul problema in modo deciso e coraggioso: telecamere in tutti i locali di caserme e commissariati, comprese le camere di sicurezza e i garage; telecamera addosso a tutti agli agenti in servizio e numero pettorale stile ciclista sulla divisa dei reparti mobili, perché non è più accettabile che si mandi ancora gente in strada che prende il rispetto della legge come un fatto suo personale, come i bulli che potete apprezzare nel video di seguito:

O che in addestramento si dica di manganellare sul culo e sulle cosce, e non c’è una sola manifestazione in cui non si vedano immagini di gente con la testa rotta.

una volontà di rivalsa o vendetta illegittima, incivile e fortemente dannosa per l’onore delle forze dell’ordine

È iniziata la luna di miele tra la Repubblica e la polizia, senza che nulla sia cambiato nella sostanza – eccetto, ribadiamo, un atteggiamento verbale meno propenso all’autodifesa di corpo – se i violenti vengono interdetti solo a fatica e temporaneamente dai “pubblici uffici”, se provvedimenti elementari come telecamera e pettorale sulla divisa, adottati in moltissimi paesi democratici (USA e Germania, per citarne alcuni) e che potrebbero agire a tutela tanto delle eventuali vittime di violenza quanto dei poliziotti stessi, generano isteria e proteste nei sindacati più oltranzisti.

Tuttavia, le lacune più grandi restano nella selezione formazione e aggiornamento del personale. Che dovrebbe leggere ogni giorno prima di marcare il cartellino le parole di un vecchio poliziotto ormai in pensione, Ansoino Andreassi, riportate da Giuliano Giuliani alla presentazione del libro sul G8 di Genova di Agnoletto e Guadagnucci:

« Farsi prendere dall’odio o dalla rabbia verso i manifestanti, anche violenti, o lasciarsi andare a reazioni singole, oltre a rappresentare un momento di sostanziale debolezza e di inciviltà, mina la saldezza del reparto e ne sabota la forza e la dignità. In ordine pubblico non ci sono questioni personali da regolare con i manifestanti (…) L’uso della forza deve essere indirizzato solo a contenere e a respingere la violenza della folla, non a punire i manifestanti. L’inseguimento del manifestante che scappa non è solo inutile, ma denota una volontà di rivalsa o vendetta illegittima, incivile e fortemente dannosa per l’onore delle forze dell’ordine ».

Un compendio di tutti gli atteggiamenti sbagliati in cui di fatto incappano i poliziotti, membri dell’unica istituzione dello stato legittimata all’uso della forza, fatto da un uomo che poliziotto è stato per decenni. Dio ce la mandi buona.

Di chi è figlio veramente il governo giallo-verde?

Fonte immagine Il Sole 24 Ore

Il prof. Aldo Giannuli oggi pubblica sul suo blog una interessante analisi sul probabile lascito politico dell’attuale governo, il quale, a prescindere da ogni valutazione di merito, segna una inequivocabile rottura nel nostro sistema politico.

Condivido gran parte delle argomentazioni proposte, ma vorrei giocare a far l’esperimento di rovesciare la tesi del professore, che seguo da sempre con grande interesse, in particolare quando egli afferma che « i guai peggiori, che questo governo provocherà, saranno essenzialmente di ordine culturale »: invertendo la prospettiva, io affermo che questo governo è il guaio peggiore, che la cultura degli ultimi trent’anni ha prodotto, è questo governo. Quindi nel pantano ci siamo già ed anche se non pavento alcuna deriva autoritaria in senso tecnico, il dovere d’ esser concreti verso il nostro destino ci obblica ad interrogarci più sugli sfaceli presenti più che su quelli futuri.

Tutto questo riguarda inestricabilmente la questione, che il professore non manca di rimarcare, della scomparsa della sinistra. « (…) la spoliticizzazione di massa, anzi l’antipoliticizzazione di massa, l’incultura giuridica a cavallo fra i far west della legittima difesa e le proposte giustizialiste di Bonafede, ma, soprattutto, la bestiale politica anti immigrati » sono fatti già accaduti, e sono fatti innanzitutto culturali.

finché campa il mio padrone campo io

Se « il mondo del lavoro dipendente oggi non ha alcuna espressione politica » è perché essendo criminalizzata ogni forma di conflitto, in ordine allo scopo di creare l’immagine di una società pacificata nel suo essere capitalistica, oggi è il lavoratore stesso ad aver paura delle forze conflittuali che invocano il lavoro e parlano dei lavoratori. Ho sempre avuto l’inconfessabile sensazione che una delle chiavi del successo di massa del M5S sia stata quella di non aver quasi mai nominato i lavoratori in qualità di categoria politica. Ai comizi e nei programmi s’è sempre parlato d’impresa, alimentando implicitamente la suggestione che difendendo il padrone si difende il lavoro, mentre difendendo il lavoro si alimenta un conflitto che non giova a chi lavora. Una suggestione che ha stregato l’intero ceto medio, il quale ha pagato a caro prezzo la fuga dell’industria verso Est. Il concetto finché campa il mio padrone campo io è una forma di sottoproletarizzazione culturale: e non è questo, caro professor Giannuli, un frutto amaro che già stiamo masticando? L’albero da cui lo raccogliamo fu piantato con l’imprescindibile aiuto del terrorismo rosso, che portando il conflitto fuori dei binari della democrazia fu determinante nell’operazione culturale di criminalizzazione di ogni forma di conflitto, anche quando perpetrato con metodi democratici e legittimi.

In un post precedente ho tentato di individuare altre due matrici, che scherzosamente ho nominato secondo una terminologia psicologica, ma che sono di ordine culturale, le quali determinano l’imbarbarimento della cultura politica dell’elettorato, e di conseguenza della cultura istituzionale.

il partito all’epoca non aveva responsabilità culturale?

Mettiamola così, professore: possiamo andare peggio, sempre un po’ più in là nella rovina. Ma che oggi a vaticinare imminenti derive autoritarie sia l’ex segretario di un (ex?) partito che usciva tutti i giorni pari e sovente nei dispari a Porta a porta, è francamente ridicolo. Il partito all’epoca non aveva responsabilità culturale verso il popolo che imbarbariva chiuso dentro le sue case a doppi servizi davanti al televisore? Quando tutto andava bene, lo spread era sotto 40, i vincoli di Maastricht un argomento da master di secondo livello e la troika non esisteva, quali erano i discorsi nelle sedi di Rifondazione? Lei se li ricorda? Io ricordo un circolo a Napoli adibito a deposito di pelati e parcheggio per il motorino del segretario. Ecco, lo dico: fino a quando il sacrosanto processo culturale al comunismo falce e cachemire dovrà passare per “antipolitica”, non sarà colmato alcun vuoto, né a sinistra né a destra.

Note di Psicologia Politica Italiana

Da ieri abbiamo finalmente il governo. L’abbiamo aspettato per tre mesi: non un’eternità se consideriamo che in Germania c’è voluto giusto il doppio. Acutamente, Carlo Freccero rilevava che, in questi novanta giorni, gli italiani osservando la giostra delle consultazioni hanno avuto modo d’imparare come funzionano le proprie istituzioni.

Si spera abbiano capito, ad esempio, di essere in un sistema parlamentare con seggi assegnati secondo un metodo prevalentemente proporzionale; che, in tale sistema, dalle urne viene fuori la composizione delle camere, non il governo; la differenza tra governo e parlamento …
Ad un piano più elevato di comprensione, avranno certamente capito che gli elettori non mandano alcuno in parlamento all’opposizione, ma danno il loro voto affinché qualcuno li rappresenti nei luoghi ove si decidono tante cose importanti.

Cos’abbiano realmente capito gli italiani resterà un mistero.

A parte qualche lezione di diritto costituzionale, questi novanta giorni hanno insegnato molto sulla psicologia politica degli italiani. Discutendo con amici e parenti o infliggendosi lunghe scorse alle bacheche di Facebook, molti avranno notato che l’inconscio di chi parla di politica è dominato da una od entrambe queste tendenze: la forza irrazionale del tabù e il bisogno del padre. Vediamo di esaminarle brevemente.

Il tabù

È questo il problema principale dell’elettorato di sinistra, sia esso “progressista” o “estremo”. Avendo goduto per decenni di egemonia in ogni luogo fisico o metaforico di produzione culturale del paese (cinema teatro letteratura con una spocchia grande al punto da generare una istintiva repulsione in chi dalla cultura è escluso), costoro vivono in una rappresentazione mentale secondo la quale il mondo si divide tra i colti, che gravitano intorno ai salotti delle case borghesi e che s’identificano in un mondo di vacui significati come europeista, antirazzista, antisessista … e i barbari che invece sono tutti cazzari ruspaioli ascritti a gruppi identificati dalle altrettanto vacue etichette di razzisti, sessisti, sovranisti …

Costoro sono dominati oltre ogni misura dai tabù instillati nella loro mente dalla nobiltà intellettuale della sinistra a cui s’ispirano: non si sporcano con la Lega di Salvini, meglio la tortura! Dopo l’euro? Weimar! Tale ministro o tale deputato, se non l’hanno mai sentito nominare, dev’essere certamente un incompetente.
Mi è stato raccontato di alcuni che addirittura votano per il partito che sanno non entrerà in parlamento pur di rimanere duri e puri nei loro ideali universali. La sinistra, si sa, ha sempre ragione: se le dài torto o non l’hai capita o stai col nemico.

L’altra faccia del tabù è il senso di colpa. Conoscenti mi hanno raccontato di sms di amici in cui venivano rimproverati “come ti senti ad aver votato quelli che si sono alleati con la Lega“? (sottinteso: sei pure meridionale … )

Ogni tabù s’accompagna sempre alla più schietta ipocrisia. Che dal 2011 sia esistito un patto d’acciaio tra “conservatori” e “progressisti” che è riuscito a far ingoiare al Paese cose impensabili sotto il regno di Silvio – fiscal compact, cure da cavallo su pensioni e servizi sociali, abolizione art. 18, alternanza scuola-lavoro minorile, la fortunatamente bocciata riforma presidenzialista del bullo di Firenze … – è oggetto di innumerevoli distinguo, tutti fondati sulla necessità di salvare la nazione da un ipotetico tracollo. Per non parlare di come la loro nobile sinistra abbia per i trent’anni precedenti al 2011 fornicato con re Silvio in ogni modo concepibile nelle segrete stanze dei palazzi, ma questo è un altro argomento.

Il bisogno del padre

Questo schema del pensiero riguarda principalmente gli elettorati qualunquista e conservatore, ma s’affaccia spesso nei discorsi di molti elettori di sinistra ed è presente tanto nei colti quanto negl’ignoranti.

Si tratta di una persistente struttura mentale secondo la quale le elezioni avrebbero quasi un portato escatologico: si elegge il governo di un paese perché ne sia l’ultimo: quello che mette le cose a posto e tutti si vive in pace e prosperità per sempre. Il governo che viene, deve risolvere tutto e deve farlo entro i primi cento giorni. Ridiscutere Maastricht e risollevare i redditi, integrare tutti gli immigrati buoni e rispedire i cattivi al loro Paese e abbassare le tasse mentre migliora i servizi, mettere in galera tutti i delinquenti e riformare le pensioni.
Sarà un novello Salvador Allende in un raggio di sole o Sandro Pertini redivivo che ci farà discorsi che scaldano il cuore, sanerà ogni lacerazione del nostro tessuto sociale e ci guiderà verso la terra promessa. Un duce dal pugno di ferro contro mafiosi e corrotti che farà uscire dal cappello milioni di posti di lavoro.

Dagli albori della seconda repubblica, il bisogno del padre è uno dei mali principali del dibattito politico. Nessuna idea della complessità insinua sfumature nel pensiero di chi invoca l’uomo della provvidenza e qui la propaganda, da destra a sinistra, da Lega a 5 stelle, marcia e mangia facendo salire agli onori delle cronache costoro, i quali il prof. Giannuli a ragione definisce gli “ominicchi della provvidenza”.

E dunque? Tutto regolare

Certamente il governo che è venuto ha in programma obbiettivi discutibili, alcuni dei quali decisamente sbagliati. Manda un lezzo di giustizialismo che personalmente mi repelle. Si propone emerite fesserie come la flat-tax. Annuncia anche provvedimenti condivisibili, sulla carta.

Ma non c’è alcuna invasione barbarica in atto. Non si prevedono rivoluzioni né colpi di stato. L’opposizione è al suo posto. Tutto sta nella dialettica democratica.

Sul piano storico, al confronto col trentennio berlusconiano, con la parentesi dei tecnici e con la breve stagione di Renzi, un sistema di potere è stato democraticamente scalzato. Che il nuovo non sia poi così appetibile è vero, ma è un altro discorso.

Passerà, come passa tutto. Se è passato Berlusconi, tutto può passare.

Una laurea vale una vita. Ecco perché.

Non conoscevo la storia personale di Giada Di Filippo, la ragazza che s’è lanciata giù dal tetto dell’università di Napoli nei giorni scorsi. La cronaca è così: un calderone nel quale ribollono in forma di racconto della singolarità e imprevedibilità delle vicende che occorrono agli uomini ogni sorta di miseria e disperazione. Poi succede qualcosa accanto a noi che riguarda faccende contigue e omologhe alle nostre, che ci costringe ad un sentimento che s’atteggia a compassione.

Ignoravo la storia personale di Giada e continuo ad ignorare i suoi pensieri. Ma la cronaca è così: puoi fare il guardone dal foglio del giornale o arrivare al dato politico intrinseco che le storie personali contengono.

Il disagio ha un contenuto politico

Evidentemente il disagio di Giada non è riducibile al suo rapporto con l’università. Altrettanto evidentemente, il disastro dell’università italiana non merita alcuna indulgenza solo perché quando ci si toglie la vita lo si fa sempre per un problema personale. Il nostro disagio ha un contenuto politico e delle determinanti sociali – mi sembra che fossero questi gli elementi del dibattito col quale si decise di chiudere i manicomî.

Il contenuto politico in questione è piuttosto scivoloso. Tutte le nostre analisi partono dal presupposto che l’università è naturalmente difficile e che la difficoltà risieda nella complessità degli studi superiori. Il problema reale sarebbe perciò estrinseco all’università: nella mancanza di servizi psicologici, nell’inadeguatezza della scuola superiore che non ti prepara realmente allo studio rigoroso, nella fragilità personale che non viene compresa da un sistema in sé oggettivo e incentrato sulla performance

Questo è il nostro peccato più grave: avere introiettato la colpa.

La leggenda della cugina di un cugino che non usciva mai di casa

Possiamo sempre mentire, ingannarci, prenderci per i fondelli come più ci aggrada. Ma quando c’è di mezzo la vita, bisogna dire la verità. Tutti noi siamo inconsapevolmente vittime della vox populi: chi non ha passato l’esame d’ammissione sotto sotto è più scemo di chi lo passa; chi prende trenta ad un esame è più bravo di chi prende ventitré, chi si laurea a ventiquattr’anni è migliore di chi si laurea a trentaquattro. Dove non picchia il giudizio di merito, attacca quello morale: che è più onorevole e serio starsene in stanza a ingobbire e immiopire sul trattatello che viaggiare, imparare una lingua, farsi una passeggiata in certi pomeriggi d’aprile, leggere anche d’altro. La leggenda della cugina di un cugino che non usciva mai di casa, ha preso tutti trenta a medicina e adesso sta ad Harvard a sconfiggere il cancro.

Consoliamo noi stessi dicendo che una laurea non vale una vita, come a prendere un profondo respiro d’aria fresca nell’ansiotica apnea del nostro quotidiano, nel quale ogni azione e pensiero dice senza equivoco che la laurea vale tutta la nostra vita. Forse vorremmo dire: una laurea non vale un suicidio.

Dicevamo: la verità. Dirla devotamente, volgarmente, sguaiatamente. Più si vede da vicino l’università, più si rivalutano le fogne.

Le nefandezze più immorali e i piccoli soprusi

Il sistema alimenta la nostra ambizione col mito della laurea, del lavoro ben retribuito e del prestigio sociale che ogni società meritocratica – e perbene, visto che l’aspetto morale non manca mai – tributa a chi ha una laurea più degli altri. Se ti va male hai sempre la scialuppa dell’estero, del cervello in fuga. Ti costringe, per arrivarci, a ingoiare ogni cosa, e tu ti pieghi ad ingoiare ogni cosa: dalle nefandezze più immorali ai piccoli soprusi quotidiani. Il sistema è sadico: consapevolmente gira il dito nella piaga della tua ambizione.

Se è vero – ma non sempre – che tu non arrivi all’università con la più rigorosa formazione, è anche vero che non c’è alcun premio Nobel dall’altro lato della cattedra. Il più delle volte anzi sono nullità scientifiche miracolate da un sistema corrotto e familistico, che sanno le materie che insegnano tal quale a come stanno sui libri più diffusi, da cui copiano le diapositive, che a lezione leggono senza mai un barlume di luce negli occhi. In un posto meritocratico come amano predicare, essi cambierebbero le lampadine negli uffici dei veri professori.

Per gli esami sembra che tutti facciano riferimento allo stesso sistema: non è questo il punto. Si parte con domande molto vaghe. Tu la metti sui concetti, e loro dicono che sei generico e impreciso e cominciano a chiedere i numeri delle tabelle – che loro conoscono per averceli sulla stessa diapositiva che mostrano da dieci anni, cambiando ogni anno il colore di sfondo; tu la metti su numeri e tabelle, e loro dicono che non si studia così, che a noi la scuola non c’insegna a ragionare, che ai loro tempi quando si faceva la traduzione estemporanea greco-latino … reimpostare il discorso dopo il pistolotto sull’estemporanea greco-latino è impresa impossibile. Qualunque cosa tu dica, apparirà banale.

Guai se dici che lavori

Tu che sei un lavoratore – che fai un lavoro specialistico e sei rispettato da tutti, che hai girato l’Europa e parli bene due, tre lingue, hai letto Dante e Platone e conosci l’analisi matematica – quando entri lì lasci tutto fuori perché l’unico comportamento accettato è la testa bassa, il timore reverenziale e il silenzio. Devi tollerare bonariamente le patetiche battutine che fuori di lì faresti ringoiare a chiunque. E guai se dici che lavori: il più patetico di tutti ti viene a dire che tu o studi o lavori, entrambe le cose non puoi farle.

Devi semplicemente essere un altro.

Ognuno dei mammasantissima tiene cani da riporto e cani d’abbaio. I primi sbrigano le faccende noiose, i secondi mordono per conto del padrone: capitare all’esame con un cane d’abbaio è bocciatura certa e non contenti dopo aver bocciato per un cavillo, che magari hanno cercato in mezz’ora d’esame scrupolosissimo, si guardano tra loro dicendosi come si fa a presentarsi ad un esame senza sapere questo?
È la stessa, solita morale, che qui ritorna nella forma come osi sederti di fronte all’esimio scienziato tu che non hai letto le sbobinature della lezione del 4 marzo 20…

Esercizio del pensiero critico: non pervenuto. Vuoi discutere e sperimentare, tu? che non sei nemmeno andato in America a fare il phD? Ho già scritto di quello a cui dovevi fare una domanda sulla lezione mentre gli correvi dietro nel corridoio senza che lui nemmeno si voltasse.

Entri in uno studio per visionare il tuo compito scritto visto che per la quarta volta di seguito non l’hai passato insieme al 75% dei candidati, dici buona sera e l’altro risponde aspetti fuori.

Poco più bravi di lei

Ma lei è grande, quanti anni ha?

Ventotto.

E perché non lascia? Un domani ad un concorso lei si trova che gli altri sono poco più bravi di lei, ma lei si trova con cinque, sei anni di più …

Poco più bravi di lei … già, non basta la scemenza: se son stati più veloci, allora sono più bravi. Devono anche sfottere.

Spesso non ti degnano più neanche del lei. Con gl’impiegati qualche mattino che hai voglia puoi sempre attaccare a dare del “tu” a tua volta, ma con i docenti meglio abbozzare. Chissà che poi all’esame non si mettano a darti del “lei” in modo beffardo facendoti domande del cazzo.

Introiettano la colpa del sistema

In questo malsano mondo parallelo molti s’ammalano. Introiettano la colpa del sistema e la fanno propria. Cominciano a soffrire d’ansia. Prima dell’esame hanno singolari reazioni psicosomatiche e alcuni dopo un po’ non possono più sentir parlare dell’università. La famiglia impotente se sei fortunato cerca di consolarti, ma sotto sotto anche mammà e papà pensano che il professore è un uomo di scienza e tu sei ancora un ragazzino che prende le cose un po’ troppo emotivamente. Certo, se poi vai su un tetto e ti lanci di sotto o meno drammaticamente molli la presa e ti cerchi un posto nelle ferrovie, sei sempre tu che sei fragile, che non sei adatto. Ed è vero. Ma una cosa vera non è tutta la verità. Tra la tua fragilità e le conclusioni che ne trai c’è di mezzo il mondo.

Il mondo che picchia duro e fa presto a dire che la fragilità è un lusso che devi pagare a tue spese.

Serenate alle puttane: una puttanata da due soldi (e milioni di click)

Mentre con tutto il da fare quotidiano preparo a rilento un importante post a favore dell’inchiesta Bloody money” di Fanpage.it, constato con tristezza che questa testata, ormai famosissima, pur avendoci regalato un gioiello del giornalismo d’inchiesta, tira a campare profondendosi in innumerevoli attività o demenziali o demagogiche, allo scopo di attirare click – quindi sponsor – dando in pasto sempre nuovi video alla voglia del pubblico di gratificarsi dileggiando l’ignoranza altrui o di commuoversi aderendo ai buoni ed innocui sentimenti.

L’idea di caricare una puttana non per farci sesso, per ascoltare la sua storia e consolarla una mezz’ora non è nuovissima. L’abbiamo avuta tutti. Appartiene ad un immaginario adolescente che cerca d’inventarsi una virilità senza spigoli, approfondire il quale sarebbe qui troppo laborioso.

Tra il pensarlo e il farlo tuttavia c’è sempre uno scatto del pensiero che implica una motivazione aggiuntiva. Vediamo di esaminare questa brevemente.

Una puttana è colei la quale noleggia il suo corpo per dar sfogo sessuale a qualcuno. Malgrado tutta la poesia e le leggende che nei secoli hanno ammantato questa professione, è il gradino più basso della schiavitù, indipendentemente dalla presenza o meno di uno sfruttatore, che è sopravvissuto a tutte le rivoluzioni reinventandosi in modi sempre nuovi.
Sugli schiavi si ha potere assoluto. Caricare una prostituta e concederle di non consumare l’atto, donarle la delicatezza di una canzone che parla d’un bene della vita anelato e lontano, rinunciare al pompino nonostante l’insistenza di lei, non è altro che una concessione del padrone temporaneo. Non v’è alcunché che riguardi l’amore del prossimo né la restituzione della dignità ad una schiava.
Tutta la retorica sul momento d’amore donato nel totale abbrutimento è uno schermo dell’ego che si gratifica ad immaginarsi speciale: esiste qualcosa di più speciale che, nel potere assoluto sul corpo di una persona, concedere le coccole e le carezze? E cosa tira, su internet, se non le cose speciali, insolite e a lieto fine? (In questo caso il lieto fine è solo un mancato pompino, non certo la restituzione della dignità). Un’idea adolescenziale senza alcun contenuto morale o politico, anzi proprio un’azione immorale: perché non si sono offerti alla puttana assistenza legale, un lavoro alternativo e dignitoso … in qualità e veste di puttana la si è incontrata e caricata, e alla puttana, non alla donna, si son concesse la canzoncina e il crisantemo candido.

Il cantante Claudio Gnut, arruolato (assoldato?) per fare questa operazione mediatica che ci ha inzuccherato l’8 marzo non ha fatto altro che sfruttare la disperazione di queste schiave per la notorietà sua e di Fanpage. E ovviamente per i click – milioni di click, che sono sponsor, che sono soldi.
Piuttosto, avendo lui stesso dichiarato nel video a 0:35  che avrebbe pagato per il loro tempo ci troviamo di fronte ad problema che, se non ha rilevanza penale, l’ha certamente dal punto di vista etico: uno sfruttamento della prostituzione non a fini sessuali ma a fini mediatici. O una percentuale dei click sulle pubblicità sono andati alle signore che hanno partecipato al video?

L’aspetto peggiore non è nemmeno questo, ma la spirale perversa che queste lordure innescano: il pubblico si commuove dinnanzi al film stantio dell’attimo di dignità che rompe lo squallore e legittima queste soluzioni individuali e adolescenziali come se fossero atti politici.

Atti che invece sono perfettamente funzionali alle dinamiche dello sfruttamento. Se facessi il pappone commissionerei simili video una volta al mese ad un cantante diverso: Ramazzotti, Morandi, Al Bano, Fedez & J-Ax … avrei le ragazze meno stressate, il popolo convinto che anche alle puttane ogni tanto si dà un po’ di dignità, e ci farei anche la parcella d’un buon avvocato, il quale ad un eventuale processo mi farebbe valere tutta la faccenda come circostanza attenuante generica.