Sul sessismo della lingua e altre comiche

Mi sono sentito un lurido. L’altro giorno, al lavoro, chiamando a raccolta gli allievi ho detto “bambini e bambine, tutti qua!”.
Spiegarvi quel senso di lordura mi è difficile, ma ci voglio provare, se avete la pazienza di leggere queste righe.
Poche stupidaggini hanno attecchito in maniera tanto diffusa e persistente quanto il problema del presunto sessismo della lingua e, per un attimo, quest’idiozia ha investito anche me. Nel mio lavoro ho a che fare con gruppi di bambini e ragazzi, prevalentemente misti in quanto a sesso. Costoro per me sono tutti uguali, sebbene tra loro non lo siano in quanto maschi e femmine, più gioviali o meno gioviali, più portati o meno portati per la loro attività ecc. Sono uguali nel senso che il primo livello della mia interazione è con degli esseri umani – che scoperta, eh?
Io mi sono sentito sporco perché, dicendo bambini e bambine, ho applicato una divisione, come se avessi violato una sorta d’interezza del gruppo in se stesso, data dal nostro primo attributo che è appunto l’appartenere alla specie umana. Violando questa interezza io ho sentito anche di violare la mia integrità, perché ho inquinato l’unità naturale e umana degli allievi, con un concetto divisivo, imposto da una logica di conflitto tra maschi e femmine, uomini e donne, che i bambini non avvertono, non certo nei termini di una contrapposizione di potere, laddove al contrario « su questa coscienza [della differenza] si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. (…) La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna » affermava la femminista Carla Lonzi nel suo Manifesto di Rivolta Femminile del 1970. (Ritornerò prossimamente su questo).

(alcune) donne non si sentirebbero rappresentate dalla lingua che parlano, che sarebbe, a detta loro, sessista, maschilista, patriarcale e inadatta allo svilupparsi della loro identità nel mondo

Il dibattito sul sessismo nella lingua, stando alle mie fonti, risale agli anni a cavallo fra i ’60 e i ’70 (qualche prodromo si era avuto alla fine del XIX secolo), e in Italia ha la sua massima espressione in un lavoro di Alma Sabatini, “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” (1986), pubblicato nientemeno che dalla Presidenza del consiglio dei ministri e venerato oggi come un testo sacro del femminismo. La pubblicazione mostra una tabella a due colonne, divise in NO e Sì, dove si elencano le forme da evitare e quelle “corrette”, ad esempio:

NO: la fratellanza tra le nazioni / Sì: la solidarietà (umana) tra le nazioni

Siamo ben addentro ad una declinazione paranoico-ossessiva di un problema che in sé è anche serio: (alcune) donne non si sentirebbero rappresentate dalla lingua che parlano, che sarebbe, a detta loro, sessista, maschilista, patriarcale e inadatta allo svilupparsi della loro identità nel mondo.

A muovere obiezioni a questa visione delle cose ci si mette sempre su un sentiero accidentato e impervio, perché cinquant’anni di monologhi della vagina hanno prodotto molto poco in termini di parità effettiva, ma hanno efficacemente costruito la rappresentazione di un debito morale dei maschi verso le femmine che instrada le discussioni, specialmente tra maschi e femmine, sul binario dell’isteria e conferisce un indebito primato alle donne – ai gay ecc. – quando si parla di parità (tra i generi o i sessi, delle minoranze con le maggioranze ecc.)

Fermo restando che possiamo parlarne e anche obiettare, gli assunti sui cui si basano le prescrizioni sull’uso non sessista della lingua sono erronei, contraddittori e, per giunta, controproducenti rispetto alla causa che vogliono sostenere. Non potrebbe essere altrimenti, visto che sono stati partoriti in un contesto di politicanti che vivono di sproloqui (poc’anzi li chiamavo, ironicamente, i “monologhi della vagina”) e asseriti da una “linguista” – la Sabatini – di cui si conoscono molto più i trascorsi nei collettivi che i contributi alla scienza linguistica. Essi danno per scontato che la lingua ricalchi con meccanismo automatico, anzi deterministico, l’assetto sociale e/o mentale in cui essa si produce.

Tra le obiezioni più autorevoli, vale la pena citare un equilibrato articolo del prof. Giulio Lepschy, dal titolo “Lingua e sessismo” (in Saggi di linguistica italiana, Il Mulino, 1989), nel quale il centro della questione viene posto sulla differenza tra grammatica e teoria del discorso. Secondo il prof. Lepschy, « Una volta che una donna può essere dottore, ministro, Presidente della Repubblica, o papa, è del tutto indifferente che sia chiamata medica/ ministra/ Presidentessa/ papessa, o medico / ministro / Presidente / papa (con un articolo femminile o maschile) ». La « reazione negativa » a prescrizioni che intendono modificare la struttura morfologica della lingua, secondo Lepschy, « può apparire ben giustificata, poiché si basa su un ragionevole e realistico atteggiamento di buon senso nei confronti dei fatti storici ». In soldoni, conta ciò a cui si riferiscono le parole e non il loro genere grammaticale, che con le implicazioni sociali delle differenze tra maschio e femmina, etero ed omo e così via centra davvero poco. Se una donna può essere medico o ministro nel mondo – e ce ne sono, per fortuna – nella mente di tutti medico o ministro diventa un termine senza alcuna connotazione di genere, e tutti siamo più felici.

Paolo e Francesca si sono incontrate

Il sessismo della lingua, secondo le invasate capeggiate dalla Sabatini, si anniderebbe principalmente – ma non solo – nella mancanza del genere femminile di alcuni sostantivi (ritenuti denotativi di attività o mestieri prettamente maschili) e nell’uso del maschile non marcato per indicare genericamente un gruppo di persone o un ruolo ricoperto da qualcuno di cui si ignora il sesso biologico. Semmai il problema esistesse, le soluzioni proposte sono davvero esilaranti, ma esaminiamo le due faccende separatamente.

  1. Mancanza del genere femminile di alcuni sostantivi: ma il genere grammaticale cos’ha a che fare con l’identità di genere? Un tavolo è maschile e una sedia è femminile e ciò non c’entra nulla con l’identità di genere; l’anima è femminile e l’hanno anche i maschi, l’utero è maschile e l’hanno solo le femmine, e ciò non ha nulla a che vedere con il maschile e il femminile in senso biologico.
    E allora perché non si dice (tranne che sui giornali e alla televisione) la medic-a, l’avvocat-a, la sindac-a, la deputat-a? Per le stesse ragioni per cui non si dice il reclut-o, il sentinell-o, il guardi-o, lo spi-o, che sono occupazioni le quali, storicamente, sono state svolte da maschi. Perché genere grammaticale e identità di genere non si corrispondono, almeno non con il nesso automatico-deterministico – e un po’ idiota – proposto dalle teorie femministe.
    È inoltre curioso notare che quest’assurda pretesa prescrittiva si riduca, nei fatti, a una demenziale crociata contro la lettera “o”: abitant-e, ingegner-e, pazient-e, sono parole che vanno benissimo così come sono perché non hanno il marchio d’infamia del suono “o” che è maschile.
  2. L’uso del maschile non marcato: qui la questione è più complessa. Sarebbe un uso sessista della lingua dire gli alunni di una scuola in luogo di gli alunni e le alunne. Un po’ come dire che sarebbe una discriminazione delle persone basse dire Valeria è alta 1,47 m in luogo di Valeria è bassa 1,47 m. Si potrebbe proporre una formula tipo Valeria in stazione eretta ha una estensione verticale di 1,47 m, ma eretta è un termine fallocratico e nessuno ci assicura che esteso non manchi di rispetto a chi è ristretto.
    E come risolvere la frase Paolo e Francesca si sono incontrati? La Sabatini, probabilmente in un incompreso accesso di sarcasmo verso i lettori, propone di scegliere il genere di quello che viene per ultimo, cosicché Paolo e Francesca si sono incontrate! (e non abbiamo discusso se sia meno sessista mettere per prima la femmina o il maschio in modo da concedergli/le il privilegio della concordanza del participio!)

E se la lingua è sessista, perché la scimmia la giraffa e la tartaruga, che sono termini denotanti la specie in generale, non sono al maschile? Il sessismo è così ingiusto da fare ingiustizia a se stesso, o stiamo davvero delirando? E qual è il criterio per cui dire la medica è giusto perché rende conto della differenza, e la Merkel, con l’articolo, è sessista perché sottolinea una differenza?

Ecco cosa succede quando, parafrasando un proverbio napoletano, lo spartito musicale finisce in mano al barbiere.

Al di là delle facili ironie, rimane un tema molto importante, che è quello della parità. Prima di conoscere da vicino le femministe, m’interessava molto il problema dell’autodeterminazione delle donne. Concepivo, ingenuamente, la liberazione della donna come la liberazione di una parte del genere umano. Ma di questo parleremo in un altro articolo.

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