Medicina e onnipotenza della tecnica: qualche spunto di riflessione

Nel precedente articolo su omosessualità e genitorialità ci eravamo ripromessi di trattare il tema del ruolo del medico in un mondo in cui la medicina non si rivolge più esclusivamente alla sofferenza e alla malattia, ma diviene una prestazione commerciale che assiste una domanda non strettamente inerente la salute delle persone. La notizia, di pochi giorni fa, della nascita del figlio di Nichi Vendola attraverso la maternità surrogata, ci fornisce un ulteriore elemento per riprendere la discussione.

Quasi tutti i libri di storia della medicina concordano nel dividere la storia della pratica medica in due epoche: prima e dopo l’avvento degli antibiotici. La scoperta della penicillina ha reso curabili patologie che un tempo potevano costare la vita e la produzione su scala industriale degli antibiotici trasformato in inezie le epidemie che in passato avrebbero falcidiato intere generazioni – ciò chiaramente vale per il mondo occidentale. Questa rivoluzione scientifica è stata una importante componente delle profonde mutazioni antropologiche del secondo dopoguerra: gli occidentali, non più atterriti dalle malattie, travolti dal benessere dei consumi e dalle nuove possibilità che la tecnica andava dischiudendo, avevano creduto di liberarsi dal problema del dolore e dalla compagnia costante dell’idea della morte.
[Per approfondire il tema della mutazione antropologica vi rimando ad un interessante articolo uscito su uno dei miei blog preferiti].

La medicina (…) può adesso dedicare le sue conoscenze al raggiungimento del benessere consumista: espansioni di seni e membri, ritocchi a zigomi nasi e labbra, fabbricazione in vitro di figli per chi non può averne e molto di più.

Liberata l’umanità dalla schiavitù della morte e della malattia, almeno nelle candide illusioni del benessere, il dolore e la fragilità della condizione umana sono diventati racconti di un passato che non fa nostalgia, un vecchio retaggio cattolico, del quale è meglio liberarsi per scoprire un inedito edonismo incentrato sulla libertà del corpo e dei sensi. La medicina è stata attraversata anch’essa dal nuovo paradigma culturale che ha contribuito a generare e si è ridefinita come abilità al servizio dell’edonismo sdoganato nella vita quotidiana: avendo risolto per tutti il problema della morte e della malattia, essa può adesso dedicare le sue conoscenze al raggiungimento del benessere consumista: espansioni di seni e membri, ritocchi a zigomi nasi e labbra, fabbricazione in vitro di figli per chi non può averne e molto di più.
Qualche tempo fa mi è capitato di vedere un film di Sidney Lumet, dal titolo “Se mi amate”, che racconta la disavventura di un medico nelle ciniche dinamiche della sanità privata statunitense. C’è una scena in cui un simpatico vecchio primario alcolizzato dice al protagonista che ormai siamo diventati dei meccanici di lusso e la frase coglie puntualmente il concetto: se la sanità pubblica istituiva, con la sua esistenza, almeno in principio, il diritto alla salute per tutti, inteso non come diritto alla guarigione ma come diritto alla migliore terapia disponibile, la nuova medicina è intrinsecamente una prestazione di consumo, al servizio non di desideri inventati – quanto si è già detto, di questo – ma di una distorta percezione che mostra di poter superare le proprie possibilità biologiche. La fenomenologia di tutto questo somiglia molto ad una mania ossessiva di controllo, assai vicina al delirio d’onnipotenza, che è una malattia psichiatrica. Noi abbiamo idee percezioni e comportamenti da malati psichiatrici.

Cosa sceglie la medicina come suo oggetto? La malattia, quindi il dolore e la terapia, o la produzione di prestazioni di consumo?

E allora, qual è il ruolo della medicina e di chi la esercita, in questa situazione? La domanda richiede una risposta complessa che non è possibile dare in questa sede. Mi limiterò ad esporre qualche fatto: malattia è un concetto culturale, prima ancora che scientifico, e come tale muta nella storia al mutare della società e della scienza. Se volessimo rifiutare questo dovremmo accettare come malattia anche l’omosessualità o la disabilità permanente, e invece non lo facciamo più.
Dato per fermo questo punto, la realtà oggettiva ci parla dell’India e della vicina Bulgaria, ove la tubercolosi è ancora endemica; nell’Africa subequatoriale l’HIV e, recentemente, l’Ebola mietono ancora vittime come le pesti medievali. Anche nella culla del benessere e dell’edonismo ce la passiamo male, con due intere generazioni falcidiate dal cancro e dalle malattie cardiovascolari, determinate proprio da quello che definiamo sviluppo.
La condizione umana è e rimane fragile, aperta al dolore e condizionata dall’inevitabilità della vecchiaia e della morte. Cosa sceglie la medicina come suo oggetto? La malattia, quindi il dolore e la terapia, o la produzione di prestazioni di consumo? Ovvero, è un sapere che dedica se stesso alle condizioni più urgenti dell’umanità, o si mette al servizio delle illusioni del benessere consumistico? Le due cose non appaiono compatibili sul piano morale e bisognerà che prima o dopo se ne discuta.

Intanto il mercato, che procede sempre più spedito delle discussioni sulla morale e sui diritti, viaggia già al largo e rende disponibili al consumo tutte le possibilità offerte dalla tecnica: dall’imenoplastica al concepimento in provetta. Tali prestazioni di consumo sono rivolte, chiaramente, ad un consumo di lusso, al momento, il quale negli anni probabilmente si diffonderà ed inflazionerà, ma per adesso il messaggio è chiaro: che la genitorialità sia un diritto nessuno lo sa con certezza, ma se ti chiami Gianna Nannini o Nichi Vendola, cioè sei ricco, malgrado per mestiere tu effonda chiacchiere sui diritti degli operai e la precarità del lavoro, intanto il figlio te lo fai fare all’estero – che sta sempre più avanti di noi, che avanziamo a fatica, discutendo e considerando le nostre radici – magari scegliendoti pure il sesso e il colore dei capelli, con buona pace del dibattito politico e dei sogni di tutti gli omosessuali meno possidenti.

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