La (mia) verità sui laboratori di teatro

Di quanti casi umani tocca, sotto il cielo, d’incontrare, praticando il teatro ci si può imbattere in alcuni tra i più singolari e spaventosi.
L’egocentrico vanesio e pseudo-intellettuale, convinto che se il mondo può fare a meno di lui allora il mondo dev’essere un posto davvero infame, è figura raccontata da aneddoti libri e film d’ogni sorta. Questo caso umano appartiene alla mitologia del teatro tanto quanto il faccendiere intrallazzatore appartiene a quella della politica. Ed è piuttosto facile che il medesimo non si senta affatto un egocentrico, quanto piuttosto un “ego giustamente al centro”.

entra in atto il programma – più o meno consapevole, più o meno dichiarato – di trasformazione dei discenti in adepti, da indottrinare religiosamente secondo i propri (indimostrabili) precetti

Lievemente meno noto, seppur tipico di certe realtà della provincia culturale, è il bisogno di farsi adepti. La cosa è tutt’altro che semplice e si svolge più o meno come segue: dopo le molte frustrazioni per i treni persi o mai passati, si apre bottega col nobile intento di elevare gli animi dei giovani al teatro. Si istituisce una retta economica e popolare, si comincia con gli amici e gli amici degli amici ed ecco in capo a un annetto un manipolo di discenti.
Questi ultimi cominciano a praticare il teatro per curiosità innocente o perché amano gli attori alla TV, o perché “il teatro aiuta a vincere la timidezza” e a “scoprire se stessi”, o perché “l’arte arricchisce l’animo”; dal suo canto, il maestro – d’ora in avanti Ego, ovvero il nostro caso umano – vorrà, al di là degli intenti candidamente dichiarati, ritagliarsi un posto là, dove l’avrebbero portato i treni persi o mai passati, tra i professionisti celebrati dalla critica e dal pubblico.
Senza una lira e con scarse razioni, solo un gruppo di adepti a carattere velatamente settario sarà disposto a lavorare ad un progetto oneroso come la costruzione della carriera (di un altro). Sicché entra in atto il programma – più o meno consapevole, più o meno dichiarato – di trasformazione dei discenti in adepti, da indottrinare religiosamente secondo i propri (indimostrabili) precetti: che il teatro “si fa così e non così”, che il vero teatro “è questo e non quello”, che tutto sommato è bello essere degli incompresi, perché vuol dire che si è scomodi al sistema ed è molto radical-chic. Se Ego avrà buona costanza e la giusta dose di carisma, il programma andrà a buon fine per la maggior parte degli allievi ed otterrà due ottimi risultati: (1) la platea di adepti del cui riconoscimento intellettuale potrà bearsi fino all’orgasmo; (2) un bacino di forza lavoro di cui avvalersi per approntare le proprie secrezioni artistiche, il quale, oltre a lavorar gratis, continua a pagare la retta (!).

gli allievi dei laboratori teatrali sono tenuti sempre in movimento, ad uso e consumo di Ego e la sua banda, con la promessa implicita che qualcosa accadrà, che qualcuno ci noterà

Gli effetti sui discenti possono essere asintomatici oppure devastanti. Essi, da appassionati d’un corso pomeridiano, lentamente cominceranno a covare il sogno di diventare attori professionisti, che si guadagnano da vivere con l’arte; verranno fagocitati dal brulicare dell’attività teatrale; cominceranno a trascurare le precedenti occupazioni, a sottoporsi ad estenuanti sedute di prova fino a tarda notte, a lanciarsi in improbabili performance in svariate iniziative, ad ingoiare tutti gli insulti del potere, dagli improperi veri e proprî ai ricatti morali, ché tanto stai facendo esperienza e, prova e riprova, l’occasione della svolta arriva per tutti.
Come quei camion che, mancando un magazzino per la sosta, girano in continuazione intorno alle città, senza una meta, finché arriva una chiamata per scaricare la loro merce, e dopo averla scaricata si rimettono di nuovo in marcia in attesa di un’altra chiamata: così gli allievi dei laboratori teatrali sono tenuti sempre in movimento, ad uso e consumo di Ego e la sua banda, con la promessa implicita che qualcosa accadrà, che il passo successivo ci porterà chissà dove, che qualcuno ci noterà, che forse grazie a tutto questo passerò le selezioni in qualche prestigiosa accademia o sarò arruolato da qualche famosa compagnia.
(La faccenda della prestigiosa accademia meriterebbe un esame a parte: essa denuncia implicitamente e candidamente l’irrilevanza professionale del laboratorio, giacché io debbo frequentare l’accademia per essere uomo di teatro, e perché Ego predilige, nelle sue produzioni importanti, gente dalla “formazione istituzionale” con cui gli allievi di laboratorio non possono competere minimamente).

un io scompensato ha bisogno degli altri, perché necessita dell’oggetto delle sue strategie di seduzione e vivrà come una minaccia ogni altro centro carismatico, ogni relazione che cerca di istituirsi come paritetica

Ovviamente, per mantenere lo status quo in questo orizzonte desolante, le pratiche di potere e mantenimento delle gerarchie e dei ruoli sono inesorabili e subdole, avvalendosi contemporaneamente degli strumenti della sudditanza psicologica e della propaganda ideologica. Ogni velleità registica o drammaturgica degli adepti verrà bocciata come prematura da considerazioni piene di prosopopea condite di risolini sornioni; ogni buono slancio attoriale è sempre solo una delle cose che si debbono saper fare per essere attori ( “ bravo, ti stai sbloccando, finalmente! ” ). E ogni regista o attore estraneo al contesto tiene i difetti, perché il vero teatro emana da Ego e ciò che sta al di fuori è magari anche buono, ma non ottimo, perché se fosse ottimo l’avrebbe fatto Ego.
In tutto questo non incidono soltanto le finalità pratiche di Ego (l’allestimento dei suoi spettacoli), ma anche tutto il suo bisogno di nutrirsi del riconoscimento intellettuale della sua platea: un io scompensato ha bisogno degli altri, perché necessita dell’oggetto delle sue strategie di seduzione e vivrà come una minaccia ogni altro centro carismatico, ogni relazione che cerca di istituirsi come paritetica, scevra di reverenza e patetica ammirazione: se Ego c’ha messo cinquant’anni a produrre una scorreggina, a te che ne hai meno di trenta è fatto divieto assoluto di scorreggiare – almeno non più forte di Ego, non ora.

La lotta all’ego-centrismo utilizzata dall’ego dominante come randello contro l’ego degli altri

Ora, voi immaginatevi tutto questo che ho detto preciso spiccicato, infarcito di una morale che non prevede né l’ego né l’io; di un’etica dove contano le relazioni e l’ascolto ancor prima della tecnica. Un sistema ben apparecchiato come una koinè nella quale tutti hanno – nella rappresentazione che la koinè dà di se stessa – eguale valore. La lotta all’ego-centrismo utilizzata dall’ego dominante come randello contro l’ego degli altri, perché siano sempre tutti a pendere dalle sue labbra.
Diabolico. Se non nelle intenzioni, certamente negli effetti: sembra un luogo uscito da uno di quei film in cui il protagonista giunge in un delizioso sobborgo tutto sorrisi gonne a fiori e pasticcini, il quale però cela, dietro quest’aria naïve, tutta la sua depravazione.
Non vi è nulla di straordinario che prima o dopo a qualcuno, che pure alla sceneggiata ci aveva creduto, accada di scoprire il funzionamento del giochino: tutti uguali, in quanto alla pari al disotto di Ego; tutti belli, in quanto brutti; tutti con capacità d’osservazione, purché questa capacità venga appresa da Ego e noti ciò che per Ego è degno di esser notato – ma sempre meno acutamente e profondamente di Ego. E così via: tutti colti e intelligenti, ma sempre meno colti e intelligenti di Ego. Tutti unici, purché la marca dell’unicità la dia Ego: tu sei cerebrale, che non è essere intelligente; tu sei/non sei molto musicale (e Ego sono un grande intenditore di musica); tu sei x% femmina e y% donna; tu hai senso del comico (ergo saresti una grande spalla per Ego che sono un gran comico).

Così, tra una “dieta esistenziale” raccomandata e mai esperita, un ricordo delle peripezie giovanili di Ego e tanti, ma proprio tanti caffè, con una faccia si dice prenditi cura e con l’altra si bolla un ragazzino o una ragazzina come buono a niente o, durante i picchi retorici, come inadatto a vivere. Con la voce si predica contro il guittismo e le primedonne e con le mani si pratica la più spregiudicata gnoccocrazia. Col sorriso illuminato si bacia l’amico per strada effondendo la propria benevolenza e, non appena questi volta l’angolo, il sorriso muta in ghigno e ci si fa beffe di lui e dei suoi tentativi. E la lingua biforcuta non risparmia nessuno tra colleghi amici e persino parenti.

Io, figlio d’una generazione abbindolata e recidiva nel lasciarsi abbindolare, mi sottraggo a tutto questo

La conclusione di questo sproloquio può essere una soltanto. Io, figlio d’una generazione abbindolata e recidiva nel lasciarsi abbindolare, mi sottraggo a tutto questo. Come mio padre vi lascerò parlare, ritirandomi nelle mie stanze fino al termine dei vostri sermoni, quei capolavori d’arguzia sulla comicità inconsapevole di Ibsen, sulla differenza tra donna e femmina, sull’inesistenza dell’io. Indi uscirò, troppo scafato per litigare con voi, e vi preparerò l’ennesimo caffè intavolando un discorso sul calcio, la sola bugia a cui ancora mi piace abboccare.
Voi, presi da cose più intelligenti, più urgenti, più nobili del pallone, troverete una scusa per andare.

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