Etica del lavoro e teatro, risposta ad un amico

Il mio amico Ettore Nigro condivide con me questa riflessione, invitandomi al dibattito. In calce la mia risposta.

Il teatro indaga l’umano e cura gli immaginari corrotti dal tempo tentando di ricostruirli secondo un’etica secolare. Non risponde alla domanda che lo spettatore porta con sé, ma vi contrappone una nuova domanda. Si innesca così un processo analitico ed empatico che dal punto di crisi procede verso l’elaborazione interiore e così via verso la conoscenza. Il teatro è dunque cibo e terapia allo stesso tempo: nutrimento per mantenere l’equilibrio psico-fisico e rimedio per ricostituire l’equilibrio perso. Il teatro utilizza come metodo di cura una sorta di omeopatia: cura il veleno della vita attraverso lo stesso veleno. Ma il veleno della rappresentazione è veleno studiato, compreso, acquisito, fino all’auspicabile sublimazione (ovvero attraverso il processo di catarsi). In tal modo lo spettatore vedendo agire i suoi difetti ne comprende meglio la natura, li conosce e quindi può curarli. Crediamo fortemente che il teatro debba diffondere, nell’atto in cui si compie, i semi della conoscenza, dell’evoluzione, dello sviluppo: la cura è nello svolgersi della vita, non nel già accaduto.
Ettore Nigro

Caro Ettore,
mi scuso sin da ora con te se la mia risposta ti sembrerà aggirare le tue considerazioni. Credo vi sia un piano del pensiero in cui il mio discorso e il tuo pervengano allo stesso punto (un po’ come le nostre diverse fedi religiose); tuttavia io desidero affrontare il tema partendo da un’altra angolazione, sicuro che il tuo grande intuito e la tua profonda intelligenza sapranno arrivare là, dove il tuo pensiero e il mio s’incontrano.

Le questioni che interessano a me, in questa fase della vita, sono tutte interne alla prassi del teatro ed, eventualmente, ad una sua possibile didattica. Avverto pressante l’esigenza del lavoro di scena come lavoro fisico, basato inestricabilmente sulle azioni e sulla scena intesa come sviluppo e articolazione di queste in un’organicità coerente.
Non credo che questa cosa sia cambiata molto nel corso degli anni della mia formazione: in generale, non ho mai fatto teatro per questioni emotive o per guarire un male di vivere – che per fortuna non ho – o per socializzare. L’ho affrontato e continuo ad affrontarlo senza sentimentalismi e senza lirismo, concentrandomi, nei limiti delle mie possibilità e delle mie umane fragilità, sul lavoro del teatro.
Non intendo, con ciò, che la scena non richieda l’impegno dei nostri sentimenti o che non possa essere lirica nel senso più alto della parola. Tuttavia l’emotività – che, come tu mi hai detto una volta, è una forma altissima d’intelligenza – nel teatro e in tutte le arti ha senso se si esprime secondo una tecnica, cioè per mezzo di un linguaggio, secondo un ordine di sviluppo, all’interno di una prassi basata sul lavoro. In due parole, se si trasfigura in messaggio universale e comunicabile.

Conoscendo e frequentando l’ambiente del teatro da quasi dieci anni, io constàto con amarezza che noi gente di teatro dimentichiamo a cuore troppo leggero di non essere sacerdoti né martiri né taumaturghi né capipopolo né psicologi né filosofi, ma gente di mestiere (certo, non soltanto! ma innanzitutto questo siamo). Sentendoci artisti investiti di chissà quale responsabilità o ruolo, in luogo di artigiani, abbiamo perso la cognizione che l’emotività, i sentimenti e le sensazioni, financo le convinzioni, hanno senso laddove esiste una prassi, che è necessaria alla nostra attività, perché essa non diventi un dimenarsi convulso del nostro ego.
Non possono darsi « catarsi » , ricostruzione degli « immaginari », « cura », e nemmeno un’etica (moderna o « secolare » ) se non c’è anzitutto etica del lavoro, qualità del lavoro.

Il « processo analitico ed empatico che dal punto di crisi procede verso l’elaborazione interiore e così via verso la conoscenza » può esistere solo all’interno d’un rapporto fondato sulla relazione generosa e umile tra chi produce un’opera e il destinatario della stessa. Dove per generosità intendo l’impegno preciso e cosciente dell’uomo di teatro verso lo sviluppo della sua poetica e non verso la diffusione moralistica dei suoi principi di vita individuali o verso la sua ideologia di vita; e per umiltà non chiacchiere sull’umiltà, ma completa dedizione nell’instaurare e curare il rapporto con lo spettatore secondo intenzioni comunicative chiare e rigorose, fondate sulla fiducia in una possibilità della comunicazione oltre le esauste retoriche novecentesche dell’incomunicabilità e della dissoluzione dell’identità.
Per fare questo, noi dobbiamo essere consapevoli che non esiste catarsi definitiva perché la vita è anche dolore e perdita, anche caos, anche i sussulti e le stanchezze dei quali parlava Cesare Pavese; perciò noi possiamo occuparci della terapia (fino ad un certo punto, e senza facile lirismo o velleità sacerdotali), mentre la guarigione è solo un’opera di Dio.

Il processo, che tu auspichi e che auspico anch’io, a parer mio non è di pertinenza esclusiva del teatro. In questa convinzione sono inamovibile: ogni pratica, nel senso che dicevo, generosa ed umile, tesa a manifestare quanto di prezioso e segreto c’è nella vita, può essere una terapia per la generazione pusillanime e indeterminata cui ci è toccato appartenere.
Non abbiamo che la prassi, cioè l’esperienza, per (tentare di) curarci, per indagare lo spirito, perché quel movimento segreto e fecondo della realtà, cui apparteniamo e che ci appartiene, si manifesti in tutta la sua verità.

Ricordo che in una delle nostre discussioni sul senso di tutto, feci uso di una metafora: anche le ombre, prodotte quando la luce tocca le cose, rivelano una verità delle cose stesse – basta guardare un’opera qualunque di Caravaggio per comprendere questo concetto; certi nostri atteggiamenti sono come un faro, il quale spara una luce violenta che non illumina, ma cancella le ombre e ci sottrae quella verità. Tutte le volte che noi ci chiamiamo al di sopra delle relazioni in cui viviamo, che opponiamo la brutalità di una concezione del mondo alla semplicità del bene che si manifesta in ogni cosa, tutte le volte che noi ci arroghiamo una funzione spirituale invece di fare esperienza dello spirito attraverso la pratica della nostra vita, noi puntiamo quel faro distruttivo sulla verità ed essa ci si sottrae.
Sarà per questo che lo Spirito dell’universo non venne nel mondo su un carro di luce trainato da cavalli alati ma in una mangiatoia, e non visse da filosofo per darci risposte sull’essere, ma camminò in mezzo agli storpi e ai derelitti ed ebbe la sua gloria inchiodato ad un pezzo di legno: affinché ci ricordassimo anche noi di camminare storpi tra gli storpi, di fabbricare non suggestioni di colori per commuovere chi è già disposto a commuoversi, ma bastoni e garze e carezze con cui sostenerci e darci coraggio a vicenda in questo arduo cammino.

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