La “o” senza bicchiere. Risposta a Peppe Iannicelli


Caro Iannicelli,

saputo che le scrivevo la presente, la mia compagna mi chiedeva perché senta tanto il bisogno di confrontarmi con lei. Me lo sono chiesto anch’io e mi sono risposto che lei è uno dei pochi che sembra accettare una replica dopo aver legittimamente profuso in giro il suo pensiero. Sarebbe un dovere, per chi si esprime con il megafono della televisione e dei giornali, accettare repliche e discutere pariteticamente con l’audience, ma già il fatto che lei lo faccia al suo buon cuore è occasione da non lasciar perdere, visto che quello che pensiamo noi senza-megafono di solito non interessa a nessuno – neanche agli altri senza-megafono.

Ero giusto riuscito a comprendere la ragionevolezza di un certo suo discorso sul fatto che nello sport professionistico il risultato conterebbe più dell’estetica, che lei se ne esce con una sparata  che mi richiede uno sforzo di comprensione sovrumano. Disapprovava un ingegnere che avrebbe rifiutato € 600 al mese per uno stage, con l’argomento che uno fresco di laurea non saprebbe fare la “o” col bicchiere e, per tanto, dovrebbe con umiltà e realismo accettare la magra proposta del padrone. L’unico motivo che le riesce di contemplare per un tale scandalo è che il nostro ingegnere mancherebbe di voglia di lavorare.

Non infierirò sull’uso da parte sua della retorica del mammone, ché si commenta da sé. Sarei lieto piuttosto se ci chiarissimo su cosa significhi esattamente saper fare la “o” senza il bicchiere, perché la questione è tutta lì. Far le sue infinite circonlocuzioni per esprimere un concetto che in tre parole sarebbe egualmente esaurito? Parlar di scienza senza sapere cos’è un enzima? Scriver di sport senza avere mai tirato un calcio a un pallone? O discettare di economia senza conoscer nemmeno la curva della domanda? Con questo, che o è esercizio della dote della scienza infusa, o è esercizio impunito della ciarla come se fosse scienza, coincide solitamente il mestiere del giornalista ed è l’opposto del saper fare la “o” senza il bicchiere. Onde, col suo metro, di gente da portare a € 600 euro al mese da ben più laute retribuzioni ce ne sarebbe a vagonate già solo tra i suoi colleghi.

Da giornalista, il suo discorso è francamente inaccettabile perché prende per buona la vulgata padronale secondo cui bisognerebbe accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione, senz’alcuna autostima o remora, perché purtroppo i tempi sono duri tanto per il servo quanto per il padrone.
Un giornalista approfondisce il tema mediante statistiche e stime sulla concentrazione della ricchezza e sulla sottoccupazione (Mi permetto di consigliargliene qualcuna: link 1, link 2, link 3, link 4) e svela la mistificazione della vulgata; non se la prende per buona e magari la farcisce di un malsano moralismo, secondo il quale il valore da auspicare nel giovane sarebbe il desiderio di lavorare ad ogni costo anche con dubbio beneficio, e non il senso della dignità. Senso che comunque non ha, perché nessuno gliel’ha insegnato o meglio perché chi detiene la ricchezza gli ha con mille artifici fatto credere che il possesso materiale sia il segno tangibile dei suoi diritti sociali.

Lei vorrà rispondermi che non prende lezioni di giornalismo da me. Ebbene, non le prenda! Non significa che lei abbia fatto del buon giornalismo – limitatamente a questo caso, beninteso – e non darà più valore alle sue argomentazioni.

Da padre, cioè da appartenente alla generazione dei padri, il suo discorso è, se possibile, anche meno accettabile. Lei predica cose in astratto sacrosante, come aver l’umiltà d’imparare, la capacità di adattarsi alle risorse disponibili … ma al suo discorso manca quello che solo un padre può insegnare, che è appunto il senso della dignità e dell’autostima, le quali in fondo son le cose che portano all’autonomia e alla rettitudine di giudizio. Che insegnano a scegliere e non a far di tutto per farsi scegliere, come fanno le puttane.

Lei vorrà rispondermi che non prende lezioni di paternità da me. Le do ragione. Non sono padre e non ho nulla da insegnarle. Non sono neanche giornalista, per fortuna. Se qualcosa conta, sono lettore.
Con immutata stima.
Michele Di Mauro.

PS. Sulla questione del bel gioco e dei risultati ha ragione. Sulle prime non ero d’accordo perché mi sembrava un discorso diseducativo, ma qui parliamo di sport professionistico e non avevo compreso che lei voleva solo proporre un salto in avanti alla discussione.

Annunci