28 anni e non esistere. Uno spunto di riflessione.

[Pubblico di seguito una lettera alla sig.na Agnese Comelli, in risposta alla sua pubblicata nella rubrica Invece Concita su Repubblica.it]

Cara Agnese,

ragionevolmente non saprai mai se esisti (ancora) o no. Nemmeno quando avrai un posto di lavoro congruo ai tuoi studi, prestigioso e ben retribuito, lo saprai.
Mi pare di capire che ritieni che esisteresti ancora se fossi nata all’estero, o almeno non ne dubiteresti poggiando questa maggiore “sicurezza di te” su una maggiore “arroganza”, cose tutte che ti solleverebbero dal peso insopportabile di comprendere i negri alla stazione.

Il flusso dei discorsi è il solito: gli stipendi che a stento arrivano a € 900 al mese (a sud di Roma a stento arrivano a € 500), il mondo che non remunera il merito, il presunto eldorado che ci sarebbe varcata la frontiera … eccetto che per un’intuizione: l’analogia di destino con quegl’immigrati alla stazione: tu scendi la china dalla cima e loro tentano di salirla dal fondo. Tu che hai studiato Sartre nell’università d’eccellenza precipiti a far la guardia in un magazzino ed essi, semianalfabeti, scappano dalla guerra e dalla pestilenza e risollevano la loro vita facendo da guardia in un magazzino. La tua sconfitta e la loro vittoria, incommensurabili e identiche. Tu che ti chiedi: « esisto ancora? ». Essi che tirando un sospiro di sollievo affermano: « esisto ancora ».

Parli di un’infanzia felice. Ho la tua età, perciò t’invito con sincera amicizia: riflettiamo insieme sulla nostra infanzia, sulla nostra educazione, noi che oggi in preda a mille ansie ci chiediamo chi siamo o addirittura se siamo ancora. Il punto qual era? Un mondo senza guerra e senza pestilenza, apparecchiato per il nostro successo, il quale altro non era che esprimere noi stessi, realizzare noi stessi, metter fuori da noi stessi quello che saremmo, possibilmente dopo averlo compreso guardando dentro noi stessi. Noi stessi protagonisti del film e tutti gli altri comparse o antagonisti.
C’hanno educato a ciò devotamente, i nostri genitori: c’hanno affidato la parte dei protagonisti e con veemenza ci hanno scansato tutti gli ostacoli; c’hanno lasciati impunemente ingurgitare l’imbecillità del gergo imprenditorial-inglese e ore di film americani in cui i conti tornano sempre all’amore e all’ambizione con accompagnamento d’un orchestra di violini. Hanno tolto a tutti gli altri per dare a noi, cosicché tutti hanno tolto a tutti e tutti abbiamo avuto poco del superfluo e nulla dell’indispensabile.

Costoro fuori di casa ci hanno fatto a pezzi: raccomandazioni, inciuci imbrogli e abusi, condoni, signorie e baronie d’ogni sorta. Al primo anno un professore a cui volli fare una domanda sulla lezione fece tutto il corridoio un passo avanti a me e non si fermò né girò mai a guardarmi: è il sunto degli studi del 90% di noi. Loro avanti e tu dietro annaspando a chiederti se sei giusto e adeguato, se non stai osando troppo ad annoiare l’esimio scienziato con le tue domande … poi finisce e c’è il mondo reale: il sistema che non sa cosa farsene di noi e ci tiene a girare come trottole, succhia un po’ della nostra linfa quando gli serve e poi ci sputa. Come alternativa solo la pomposità esausta del linguaggio marxista.

Nel dolore, mai un gesto fraterno; se la parola mai la parola consolatoria. Ed eccoci incapaci a nostra volta del gesto veramente fraterno, della parola realmente consolatoria. Sull’asse che va da io agli altri, eccoci tutti dal lato dell’io a coccolare ambizioni e ruminare frustrazioni.

La tua domanda è rovesciata: non se tu esista (ancora) o no, ma, come Amleto, “essere o non essere?” Vuoi essere “arrogante” come quei giovani tedeschi che la politica è corrotta dunque il mondo si cambia col veganesimo? Di quei milanesi che ruminano la propria frustrazione finché un santone indio-yogico venga a sedurli colle sue storie sull’illusorietà del dolore?

Credo non vi sia altra soluzione che questa: spostare il baricentro più in là, da io verso gli altri, prendersi la responsabilità e l’onere di fare, prima ancora che chiedere, un’azione veramente fraterna.

Ti saluto e ti faccio i miei auguri.
Michele.

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