Note di Psicologia Politica Italiana

Da ieri abbiamo finalmente il governo. L’abbiamo aspettato per tre mesi: non un’eternità se consideriamo che in Germania c’è voluto giusto il doppio. Acutamente, Carlo Freccero rilevava che, in questi novanta giorni, gli italiani osservando la giostra delle consultazioni hanno avuto modo d’imparare come funzionano le proprie istituzioni.

Si spera abbiano capito, ad esempio, di essere in un sistema parlamentare con seggi assegnati secondo un metodo prevalentemente proporzionale; che, in tale sistema, dalle urne viene fuori la composizione delle camere, non il governo; la differenza tra governo e parlamento …
Ad un piano più elevato di comprensione, avranno certamente capito che gli elettori non mandano alcuno in parlamento all’opposizione, ma danno il loro voto affinché qualcuno li rappresenti nei luoghi ove si decidono tante cose importanti.

Cos’abbiano realmente capito gli italiani resterà un mistero.

A parte qualche lezione di diritto costituzionale, questi novanta giorni hanno insegnato molto sulla psicologia politica degli italiani. Discutendo con amici e parenti o infliggendosi lunghe scorse alle bacheche di Facebook, molti avranno notato che l’inconscio di chi parla di politica è dominato da una od entrambe queste tendenze: la forza irrazionale del tabù e il bisogno del padre. Vediamo di esaminarle brevemente.

Il tabù

È questo il problema principale dell’elettorato di sinistra, sia esso “progressista” o “estremo”. Avendo goduto per decenni di egemonia in ogni luogo fisico o metaforico di produzione culturale del paese (cinema teatro letteratura con una spocchia grande al punto da generare una istintiva repulsione in chi dalla cultura è escluso), costoro vivono in una rappresentazione mentale secondo la quale il mondo si divide tra i colti, che gravitano intorno ai salotti delle case borghesi e che s’identificano in un mondo di vacui significati come europeista, antirazzista, antisessista … e i barbari che invece sono tutti cazzari ruspaioli ascritti a gruppi identificati dalle altrettanto vacue etichette di razzisti, sessisti, sovranisti …

Costoro sono dominati oltre ogni misura dai tabù instillati nella loro mente dalla nobiltà intellettuale della sinistra a cui s’ispirano: non si sporcano con la Lega di Salvini, meglio la tortura! Dopo l’euro? Weimar! Tale ministro o tale deputato, se non l’hanno mai sentito nominare, dev’essere certamente un incompetente.
Mi è stato raccontato di alcuni che addirittura votano per il partito che sanno non entrerà in parlamento pur di rimanere duri e puri nei loro ideali universali. La sinistra, si sa, ha sempre ragione: se le dài torto o non l’hai capita o stai col nemico.

L’altra faccia del tabù è il senso di colpa. Conoscenti mi hanno raccontato di sms di amici in cui venivano rimproverati “come ti senti ad aver votato quelli che si sono alleati con la Lega“? (sottinteso: sei pure meridionale … )

Ogni tabù s’accompagna sempre alla più schietta ipocrisia. Che dal 2011 sia esistito un patto d’acciaio tra “conservatori” e “progressisti” che è riuscito a far ingoiare al Paese cose impensabili sotto il regno di Silvio – fiscal compact, cure da cavallo su pensioni e servizi sociali, abolizione art. 18, alternanza scuola-lavoro minorile, la fortunatamente bocciata riforma presidenzialista del bullo di Firenze … – è oggetto di innumerevoli distinguo, tutti fondati sulla necessità di salvare la nazione da un ipotetico tracollo. Per non parlare di come la loro nobile sinistra abbia per i trent’anni precedenti al 2011 fornicato con re Silvio in ogni modo concepibile nelle segrete stanze dei palazzi, ma questo è un altro argomento.

Il bisogno del padre

Questo schema del pensiero riguarda principalmente gli elettorati qualunquista e conservatore, ma s’affaccia spesso nei discorsi di molti elettori di sinistra ed è presente tanto nei colti quanto negl’ignoranti.

Si tratta di una persistente struttura mentale secondo la quale le elezioni avrebbero quasi un portato escatologico: si elegge il governo di un paese perché ne sia l’ultimo: quello che mette le cose a posto e tutti si vive in pace e prosperità per sempre. Il governo che viene, deve risolvere tutto e deve farlo entro i primi cento giorni. Ridiscutere Maastricht e risollevare i redditi, integrare tutti gli immigrati buoni e rispedire i cattivi al loro Paese e abbassare le tasse mentre migliora i servizi, mettere in galera tutti i delinquenti e riformare le pensioni.
Sarà un novello Salvador Allende in un raggio di sole o Sandro Pertini redivivo che ci farà discorsi che scaldano il cuore, sanerà ogni lacerazione del nostro tessuto sociale e ci guiderà verso la terra promessa. Un duce dal pugno di ferro contro mafiosi e corrotti che farà uscire dal cappello milioni di posti di lavoro.

Dagli albori della seconda repubblica, il bisogno del padre è uno dei mali principali del dibattito politico. Nessuna idea della complessità insinua sfumature nel pensiero di chi invoca l’uomo della provvidenza e qui la propaganda, da destra a sinistra, da Lega a 5 stelle, marcia e mangia facendo salire agli onori delle cronache costoro, i quali il prof. Giannuli a ragione definisce gli “ominicchi della provvidenza”.

E dunque? Tutto regolare

Certamente il governo che è venuto ha in programma obbiettivi discutibili, alcuni dei quali decisamente sbagliati. Manda un lezzo di giustizialismo che personalmente mi repelle. Si propone emerite fesserie come la flat-tax. Annuncia anche provvedimenti condivisibili, sulla carta.

Ma non c’è alcuna invasione barbarica in atto. Non si prevedono rivoluzioni né colpi di stato. L’opposizione è al suo posto. Tutto sta nella dialettica democratica.

Sul piano storico, al confronto col trentennio berlusconiano, con la parentesi dei tecnici e con la breve stagione di Renzi, un sistema di potere è stato democraticamente scalzato. Che il nuovo non sia poi così appetibile è vero, ma è un altro discorso.

Passerà, come passa tutto. Se è passato Berlusconi, tutto può passare.

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Un pensiero su “Note di Psicologia Politica Italiana

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