Di chi è figlio veramente il governo giallo-verde?

Fonte immagine Il Sole 24 Ore

Il prof. Aldo Giannuli oggi pubblica sul suo blog una interessante analisi sul probabile lascito politico dell’attuale governo, il quale, a prescindere da ogni valutazione di merito, segna una inequivocabile rottura nel nostro sistema politico.

Condivido gran parte delle argomentazioni proposte, ma vorrei giocare a far l’esperimento di rovesciare la tesi del professore, che seguo da sempre con grande interesse, in particolare quando egli afferma che « i guai peggiori, che questo governo provocherà, saranno essenzialmente di ordine culturale »: invertendo la prospettiva, io affermo che questo governo è il guaio peggiore, che la cultura degli ultimi trent’anni ha prodotto, è questo governo. Quindi nel pantano ci siamo già ed anche se non pavento alcuna deriva autoritaria in senso tecnico, il dovere d’ esser concreti verso il nostro destino ci obblica ad interrogarci più sugli sfaceli presenti più che su quelli futuri.

Tutto questo riguarda inestricabilmente la questione, che il professore non manca di rimarcare, della scomparsa della sinistra. « (…) la spoliticizzazione di massa, anzi l’antipoliticizzazione di massa, l’incultura giuridica a cavallo fra i far west della legittima difesa e le proposte giustizialiste di Bonafede, ma, soprattutto, la bestiale politica anti immigrati » sono fatti già accaduti, e sono fatti innanzitutto culturali.

finché campa il mio padrone campo io

Se « il mondo del lavoro dipendente oggi non ha alcuna espressione politica » è perché essendo criminalizzata ogni forma di conflitto, in ordine allo scopo di creare l’immagine di una società pacificata nel suo essere capitalistica, oggi è il lavoratore stesso ad aver paura delle forze conflittuali che invocano il lavoro e parlano dei lavoratori. Ho sempre avuto l’inconfessabile sensazione che una delle chiavi del successo di massa del M5S sia stata quella di non aver quasi mai nominato i lavoratori in qualità di categoria politica. Ai comizi e nei programmi s’è sempre parlato d’impresa, alimentando implicitamente la suggestione che difendendo il padrone si difende il lavoro, mentre difendendo il lavoro si alimenta un conflitto che non giova a chi lavora. Una suggestione che ha stregato l’intero ceto medio, il quale ha pagato a caro prezzo la fuga dell’industria verso Est. Il concetto finché campa il mio padrone campo io è una forma di sottoproletarizzazione culturale: e non è questo, caro professor Giannuli, un frutto amaro che già stiamo masticando? L’albero da cui lo raccogliamo fu piantato con l’imprescindibile aiuto del terrorismo rosso, che portando il conflitto fuori dei binari della democrazia fu determinante nell’operazione culturale di criminalizzazione di ogni forma di conflitto, anche quando perpetrato con metodi democratici e legittimi.

In un post precedente ho tentato di individuare altre due matrici, che scherzosamente ho nominato secondo una terminologia psicologica, ma che sono di ordine culturale, le quali determinano l’imbarbarimento della cultura politica dell’elettorato, e di conseguenza della cultura istituzionale.

il partito all’epoca non aveva responsabilità culturale?

Mettiamola così, professore: possiamo andare peggio, sempre un po’ più in là nella rovina. Ma che oggi a vaticinare imminenti derive autoritarie sia l’ex segretario di un (ex?) partito che usciva tutti i giorni pari e sovente nei dispari a Porta a porta, è francamente ridicolo. Il partito all’epoca non aveva responsabilità culturale verso il popolo che imbarbariva chiuso dentro le sue case a doppi servizi davanti al televisore? Quando tutto andava bene, lo spread era sotto 40, i vincoli di Maastricht un argomento da master di secondo livello e la troika non esisteva, quali erano i discorsi nelle sedi di Rifondazione? Lei se li ricorda? Io ricordo un circolo a Napoli adibito a deposito di pelati e parcheggio per il motorino del segretario. Ecco, lo dico: fino a quando il sacrosanto processo culturale al comunismo falce e cachemire dovrà passare per “antipolitica”, non sarà colmato alcun vuoto, né a sinistra né a destra.

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