Serenate alle puttane: una puttanata da due soldi (e milioni di click)

Mentre con tutto il da fare quotidiano preparo a rilento un importante post a favore dell’inchiesta Bloody money” di Fanpage.it, constato con tristezza che questa testata, ormai famosissima, pur avendoci regalato un gioiello del giornalismo d’inchiesta, tira a campare profondendosi in innumerevoli attività o demenziali o demagogiche, allo scopo di attirare click – quindi sponsor – dando in pasto sempre nuovi video alla voglia del pubblico di gratificarsi dileggiando l’ignoranza altrui o di commuoversi aderendo ai buoni ed innocui sentimenti.

L’idea di caricare una puttana non per farci sesso, per ascoltare la sua storia e consolarla una mezz’ora non è nuovissima. L’abbiamo avuta tutti. Appartiene ad un immaginario adolescente che cerca d’inventarsi una virilità senza spigoli, approfondire il quale sarebbe qui troppo laborioso.

Tra il pensarlo e il farlo tuttavia c’è sempre uno scatto del pensiero che implica una motivazione aggiuntiva. Vediamo di esaminare questa brevemente.

Una puttana è colei la quale noleggia il suo corpo per dar sfogo sessuale a qualcuno. Malgrado tutta la poesia e le leggende che nei secoli hanno ammantato questa professione, è il gradino più basso della schiavitù, indipendentemente dalla presenza o meno di uno sfruttatore, che è sopravvissuto a tutte le rivoluzioni reinventandosi in modi sempre nuovi.
Sugli schiavi si ha potere assoluto. Caricare una prostituta e concederle di non consumare l’atto, donarle la delicatezza di una canzone che parla d’un bene della vita anelato e lontano, rinunciare al pompino nonostante l’insistenza di lei, non è altro che una concessione del padrone temporaneo. Non v’è alcunché che riguardi l’amore del prossimo né la restituzione della dignità ad una schiava.
Tutta la retorica sul momento d’amore donato nel totale abbrutimento è uno schermo dell’ego che si gratifica ad immaginarsi speciale: esiste qualcosa di più speciale che, nel potere assoluto sul corpo di una persona, concedere le coccole e le carezze? E cosa tira, su internet, se non le cose speciali, insolite e a lieto fine? (In questo caso il lieto fine è solo un mancato pompino, non certo la restituzione della dignità). Un’idea adolescenziale senza alcun contenuto morale o politico, anzi proprio un’azione immorale: perché non si sono offerti alla puttana assistenza legale, un lavoro alternativo e dignitoso … in qualità e veste di puttana la si è incontrata e caricata, e alla puttana, non alla donna, si son concesse la canzoncina e il crisantemo candido.

Il cantante Claudio Gnut, arruolato (assoldato?) per fare questa operazione mediatica che ci ha inzuccherato l’8 marzo non ha fatto altro che sfruttare la disperazione di queste schiave per la notorietà sua e di Fanpage. E ovviamente per i click – milioni di click, che sono sponsor, che sono soldi.
Piuttosto, avendo lui stesso dichiarato nel video a 0:35  che avrebbe pagato per il loro tempo ci troviamo di fronte ad problema che, se non ha rilevanza penale, l’ha certamente dal punto di vista etico: uno sfruttamento della prostituzione non a fini sessuali ma a fini mediatici. O una percentuale dei click sulle pubblicità sono andati alle signore che hanno partecipato al video?

L’aspetto peggiore non è nemmeno questo, ma la spirale perversa che queste lordure innescano: il pubblico si commuove dinnanzi al film stantio dell’attimo di dignità che rompe lo squallore e legittima queste soluzioni individuali e adolescenziali come se fossero atti politici.

Atti che invece sono perfettamente funzionali alle dinamiche dello sfruttamento. Se facessi il pappone commissionerei simili video una volta al mese ad un cantante diverso: Ramazzotti, Morandi, Al Bano, Fedez & J-Ax … avrei le ragazze meno stressate, il popolo convinto che anche alle puttane ogni tanto si dà un po’ di dignità, e ci farei anche la parcella d’un buon avvocato, il quale ad un eventuale processo mi farebbe valere tutta la faccenda come circostanza attenuante generica.

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La (mia) verità sui laboratori di teatro

Di quanti casi umani tocca, sotto il cielo, d’incontrare, praticando il teatro ci si può imbattere in alcuni tra i più singolari e spaventosi.
L’egocentrico vanesio e pseudo-intellettuale, convinto che se il mondo può fare a meno di lui allora il mondo dev’essere un posto davvero infame, è figura raccontata da aneddoti libri e film d’ogni sorta. Questo caso umano appartiene alla mitologia del teatro tanto quanto il faccendiere intrallazzatore appartiene a quella della politica. Ed è piuttosto facile che il medesimo non si senta affatto un egocentrico, quanto piuttosto un “ego giustamente al centro”. Continua a leggere

Sul sessismo della lingua e altre comiche

Mi sono sentito un lurido. L’altro giorno, al lavoro, chiamando a raccolta gli allievi ho detto “bambini e bambine, tutti qua!”.
Spiegarvi quel senso di lordura mi è difficile, ma ci voglio provare, se avete la pazienza di leggere queste righe.
Poche stupidaggini hanno attecchito in maniera tanto diffusa e persistente quanto il problema del presunto sessismo della lingua e, per un attimo, quest’idiozia ha investito anche me. Nel mio lavoro ho a che fare con gruppi di bambini e ragazzi, prevalentemente misti in quanto a sesso. Costoro per me sono tutti uguali, sebbene tra loro non lo siano in quanto maschi e femmine, più gioviali o meno gioviali, più portati o meno portati per la loro attività ecc. Sono uguali nel senso che il primo livello della mia interazione è con degli uomini ovvero esseri umani – che scoperta, eh? Continua a leggere