Lettera al prossimo Ministro degli Interni – Parte 3

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La demagogia di politica e stampa non fa che eludere il problema

Lungi da me voler difendere questi ragazzi dalla giustizia. È stato odioso vederli prendere a calci un barbone e serve che paghino caro il doloroso esame di coscienza che dovranno pur farsi, un giorno. Voglio piuttosto difenderli dalle castronerie a briglia sciolta dette da persone come Minniti, perché non fanno altro che eludere il problema e aizzare contro queste vittime dell’edonismo consumista e dell’egoismo borghese il popolo babbione. Ho il dovere di difenderli dai giornalisti che sul Mattino dell’altro giorno (17 gennaio 2018) equiparavano un povero cristo di fioraio ad un teppista meritevole di Daspo. Ho il dovere di difendere le loro vittime, come Arturo e Gaetano, dalle facili conclusioni con le quali voi credete di spiegare e addirittura risolvere tutto questo.

Il suo illustre predecessore prosegue: « Non consentiremo alle baby gang di cambiare le abitudini dei giovani napoletani », e questa è forse la castroneria più grossa. La realtà deve cambiarci, altrimenti non noi potremo mai cambiare la realtà. E vengo all’appello che le faccio essendo Ella appena investito del ruolo di Ministro dell’Interno.

Insegniamo ai ragazzi i loro veri diritti

Dobbiamo cambiare la vulgata secondo la quale più poliziotti e più galera renderebbero le nostre città più sicure; dobbiamo far tornare i nostri ragazzi a studiare storia e filosofia perché non si bevano più la scemenza che loro diritto sia la movida con gli amici e l’unico conflitto nel mondo sia chi offre il prossimo cicchetto: loro diritto è avere gli strumenti per comprendere la realtà così come l’hanno ereditata dalla generazione precedente e avere tutti i mezzi intellettuali, morali e materiali per cambiarla; loro diritto è sentire la verità sull’antropologia del consumo; loro diritto è non doversi ciucciare per i prossimi cinque anni un Ministro che equipara teppisti e terroristi; loro diritto, se vogliamo parlare di diritti, è vivere in una società che dia ai loro vili aggressori, perché nessuno nega che siano vili, lo stesso diritto che avranno avuto loro di comprendere la differenza tra l’onore e la viltà.

Istruzione e lavoro, ma non quelli a cui siamo abituati

Poi sommergeteci pure di pattuglie per proteggerci dalle “stese” e dai pestaggi: Ella, che vive scortato dai reparti d’élite delle forze armate, non sa il conforto che mi danno i lampeggianti blu in lontananza quando, rincasando dal lavoro a tarda sera, cammino per il rione. Ma non ho la cecità né la superbia di credere che siano la vera soluzione, che possano rimpiazzarsi all’istruzione – quella che dice all’azienda cosa è giusto produrre, non quella che si fa dire dall’azienda cosa è giusto insegnare; al lavoro – quello dignitoso e congruamente retribuito, non lo sfruttamento del lavoro nero o quello legalizzato di stage, corsi e tirocinî.

Se quanto le scrivo esula dai compiti del suo dicastero, faccia protocollare la presente e la giri al Ministro della Pubblica Istruzione e ci faccia almeno la cortesia di non dire scemenze a briglia sciolta come il suo predecessore.

La saluto cordialmente e le auguro buon lavoro.
Michele Di Mauro.

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Lettera al prossimo Ministro degli Interni – Parte 2

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Sono napoletano da almeno tre generazioni e Le scrivo dal rione Sanità. Sono venuto a vivere nel ventre fondo del rione, in questi anni in cui venirvi a mangiare una pizza o tagliare un nastro è spacciato per “riscatto”. Perciò conosco il problema, la somma dei problemi.
Sono certo che Ella avrà a disposizione dati diretti, non filtrati dai giornali, per i quali possiamo parlarci sinceramente e in modo schietto: Ella saprà che non vi è alcuna emergenza intorno al problema delle cosiddette baby-gang; che ci si trova piuttosto dinnanzi ad un emerso già da un pezzo, per mia esperienza diretta direi da almeno dieci anni.

Lebbrosi e geneticamente modificati

Non pochi li hanno visti venire da lontano, dalle profondità della nostra infanzia, questi figli di quello che una volta si chiamava sottoproletariato, cresciuti nello squallore dell’edilizia post-terremoto, schiacciati tra la camorra e lo Stato connivente. Li ho visti disprezzati in tutti i gradi della scuola dagli insegnanti, borghesi del tutto ignari del loro mondo ed impreparati ad affrontarli. Li chiamavano bulli quando si scontravano con noi figli di famiglie un pelo sopra la loro condizione sociale, e ci proteggevano da loro invitandoci il più delle volte “a non mischiarci”, con questi lebbrosi, che qualcuno diceva addirittura “geneticamente modificati”.

Solo la roba non manca mai

Ci meravigliamo perché non abbiamo tirato le somme. Dobbiamo sommare i loro genitori semianalfabeti cui lo Stato non ha offerto che la durezza delle uniformi blu, che arrivano all’alba per portarti a Poggioreale, col deserto urbano in cui li abbiamo messi ad espiare la loro esistenza. Sommare la desolazione di certe nottate estive in periferia con le lusinghe del don Pasquale di turno che promette soldi e un po’ di sballo. Ecco, quando sommeremo le ore che hanno passato nelle sale giochi e sui motorini nelle strade dissestate che si perdono nella campagna martoriata da sversamenti d’ogni sorta non ci meraviglieremo più che costoro siano in preda ad una furia nichilista similmente ai protagonisti di Arancia Meccanica. Ci meraviglieremo anzi di quei pochi che ancora non hanno preso un bastone e sfasciato tutto.
Ultimo addendo della somma, pena non trovarci mai coi conti, la roba. Il cellulare le Nike Silver gli occhiali di Prada il motorino SH 150 la lampada solare Facebook e l’Eurobet. Quelli la società costituita ha trovato il modo di farli arrivare anche là dove non c’era un parco, un museo, un campo da calcetto. Ha saputo farglieli amare come si ama ciò che ti dà un posto nel mondo, che quivi si divide in chi ha e chi non ha, tale e quale a come si divide tra chi è andato a scuola a studiare l’inglese e il tedesco e oggi fa l’italiano all’estero di mestiere.

Essi volevano la roba come l’abbiamo voluta tutti. E perché mai costoro dovevano accettare di essere sfruttati da un proprietario di bar a € 300 al mese per 16 ore di fatica al giorno? Perché dovevano dire di no al don Pasquale? Per amore di quella legalità che ti presenta solo il conto a dare e mai ad avere?

È troppo politicamente scorretto ciò che affermo? La verità quasi sempre lo è.

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Lettera al prossimo Ministro degli Interni – Parte 1

Onorevole Eccellenza Signor Ministro degli Interni,

a giudicare dagli annali, non è il nostro un paese che ci ha abituato a veder fatta Ministro degli Interni una mente particolarmente brillante. Basti menzionare Scajola, Maroni, Alfano e la Cancellieri. Ella vorrà convenire con me che si è sempre scelto un basso profilo, forse per trarre in inganno i delinquenti con l’idea che cominciava la pacchia, in modo da farli venire allo scoperto.

Le scrivo perché proprio in ragione di ciò Ella ha la possibilità di fare la differenza con questo misero passato, magari cominciando con l’evitare le incaute considerazioni del suo ultimo predecessore.

Se il Ministro può esagerare, io posso sminuire

Vengo al merito: a Napoli ultimamente si è creato, complici i soliti organi di stampa – anche i giornalisti, nel nostro paese, non danno quasi mai la prova di voler smascherare il luogo comune con piglio flaubertiano – un nuovo tormentone: le cosiddette baby-gang. A causa dei suddetti organi di stampa e di altre luminose menti, che per censo e ciorta possono avvalersene, ogni giorno siamo costretti a rovinarci l’umore (e il fegato) sentendo bestialità del tipo che sarebbe colpa della serie TV Gomorra o addirittura, per bocca delle istituzioni, che questi teppistelli sarebbero assimilabili ai terroristi. Ebbene, se l’on. Marco Minniti può esagerare dicendo che costoro sono assimilabili ai terroristi, senza che nessuno salti dalla sedia a dire « ministro, ti sei bevuto il cervello! », io rivendico il diritto di sminuire dicendo, con Eduardo, che essi sono le « vere vittime della macchina mangereccia della società costituita » e di provocare i benpensanti affermando che se ogni terrorista ha un motivo comprensibile per odiare le sue vittime, anche questi “terroristi” devono avercelo.

“Eduardo choc difende Gomorra”

Quando era vivo il maestro de Filippo, questa nuova meningite del politicamente corretto non era ancora endemica ed egli poté scrivere quel capolavoro de Il Sindaco del rione Sanità, che la invito a vedere. Se l’opera debuttasse domani sera, dopodomani mattina Repubblica e il Mattino titolerebbero in coro “Eduardo choc difende Gomorra” (la camorra ormai si chiama così). Oggi possiamo cavalcare l’onda dell’indignazione popolare dando del terrorista ad un teppista, ma non possiamo dire che all’origine della catena delle cause che fa d’un ragazzo un teppista sia la società costituita, intesa come il sistema organizzato del potere economico che ha ridotto ogni relazione, per dirla con Diego Fusaro, alla forma merce ed ogni orizzonte simbolico all’orizzonte pubblicitario, senza che il solito club delle zitelle non abbia a dirci che siamo buonisti e benaltristi.

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28 anni e non esistere. Uno spunto di riflessione.

[Pubblico di seguito una lettera alla sig.na Agnese Comelli, in risposta alla sua pubblicata nella rubrica Invece Concita su Repubblica.it]

Cara Agnese,

ragionevolmente non saprai mai se esisti (ancora) o no. Nemmeno quando avrai un posto di lavoro congruo ai tuoi studi, prestigioso e ben retribuito, lo saprai.
Mi pare di capire che ritieni che esisteresti ancora se fossi nata all’estero, o almeno non ne dubiteresti poggiando questa maggiore “sicurezza di te” su una maggiore “arroganza”, cose tutte che ti solleverebbero dal peso insopportabile di comprendere i negri alla stazione.

Il flusso dei discorsi è il solito: gli stipendi che a stento arrivano a € 900 al mese (a sud di Roma a stento arrivano a € 500), il mondo che non remunera il merito, il presunto eldorado che ci sarebbe varcata la frontiera … eccetto che per un’intuizione: l’analogia di destino con quegl’immigrati alla stazione: tu scendi la china dalla cima e loro tentano di salirla dal fondo. Tu che hai studiato Sartre nell’università d’eccellenza precipiti a far la guardia in un magazzino ed essi, semianalfabeti, scappano dalla guerra e dalla pestilenza e risollevano la loro vita facendo da guardia in un magazzino. La tua sconfitta e la loro vittoria, incommensurabili e identiche. Tu che ti chiedi: « esisto ancora? ». Essi che tirando un sospiro di sollievo affermano: « esisto ancora ».

Parli di un’infanzia felice. Ho la tua età, perciò t’invito con sincera amicizia: riflettiamo insieme sulla nostra infanzia, sulla nostra educazione, noi che oggi in preda a mille ansie ci chiediamo chi siamo o addirittura se siamo ancora. Il punto qual era? Un mondo senza guerra e senza pestilenza, apparecchiato per il nostro successo, il quale altro non era che esprimere noi stessi, realizzare noi stessi, metter fuori da noi stessi quello che saremmo, possibilmente dopo averlo compreso guardando dentro noi stessi. Noi stessi protagonisti del film e tutti gli altri comparse o antagonisti.
C’hanno educato a ciò devotamente, i nostri genitori: c’hanno affidato la parte dei protagonisti e con veemenza ci hanno scansato tutti gli ostacoli; c’hanno lasciati impunemente ingurgitare l’imbecillità del gergo imprenditorial-inglese e ore di film americani in cui i conti tornano sempre all’amore e all’ambizione con accompagnamento d’un orchestra di violini. Hanno tolto a tutti gli altri per dare a noi, cosicché tutti hanno tolto a tutti e tutti abbiamo avuto poco del superfluo e nulla dell’indispensabile.

Costoro fuori di casa ci hanno fatto a pezzi: raccomandazioni, inciuci imbrogli e abusi, condoni, signorie e baronie d’ogni sorta. Al primo anno un professore a cui volli fare una domanda sulla lezione fece tutto il corridoio un passo avanti a me e non si fermò né girò mai a guardarmi: è il sunto degli studi del 90% di noi. Loro avanti e tu dietro annaspando a chiederti se sei giusto e adeguato, se non stai osando troppo ad annoiare l’esimio scienziato con le tue domande … poi finisce e c’è il mondo reale: il sistema che non sa cosa farsene di noi e ci tiene a girare come trottole, succhia un po’ della nostra linfa quando gli serve e poi ci sputa. Come alternativa solo la pomposità esausta del linguaggio marxista.

Nel dolore, mai un gesto fraterno; se la parola mai la parola consolatoria. Ed eccoci incapaci a nostra volta del gesto veramente fraterno, della parola realmente consolatoria. Sull’asse che va da io agli altri, eccoci tutti dal lato dell’io a coccolare ambizioni e ruminare frustrazioni.

La tua domanda è rovesciata: non se tu esista (ancora) o no, ma, come Amleto, “essere o non essere?” Vuoi essere “arrogante” come quei giovani tedeschi che la politica è corrotta dunque il mondo si cambia col veganesimo? Di quei milanesi che ruminano la propria frustrazione finché un santone indio-yogico venga a sedurli colle sue storie sull’illusorietà del dolore?

Credo non vi sia altra soluzione che questa: spostare il baricentro più in là, da io verso gli altri, prendersi la responsabilità e l’onere di fare, prima ancora che chiedere, un’azione veramente fraterna.

Ti saluto e ti faccio i miei auguri.
Michele.

La “o” senza bicchiere. Risposta a Peppe Iannicelli


Caro Iannicelli,

saputo che le scrivevo la presente, la mia compagna mi chiedeva perché senta tanto il bisogno di confrontarmi con lei. Me lo sono chiesto anch’io e mi sono risposto che lei è uno dei pochi che sembra accettare una replica dopo aver legittimamente profuso in giro il suo pensiero. Sarebbe un dovere, per chi si esprime con il megafono della televisione e dei giornali, accettare repliche e discutere pariteticamente con l’audience, ma già il fatto che lei lo faccia al suo buon cuore è occasione da non lasciar perdere, visto che quello che pensiamo noi senza-megafono di solito non interessa a nessuno – neanche agli altri senza-megafono.

Ero giusto riuscito a comprendere la ragionevolezza di un certo suo discorso sul fatto che nello sport professionistico il risultato conterebbe più dell’estetica, che lei se ne esce con una sparata  che mi richiede uno sforzo di comprensione sovrumano. Disapprovava un ingegnere che avrebbe rifiutato € 600 al mese per uno stage, con l’argomento che uno fresco di laurea non saprebbe fare la “o” col bicchiere e, per tanto, dovrebbe con umiltà e realismo accettare la magra proposta del padrone. L’unico motivo che le riesce di contemplare per un tale scandalo è che il nostro ingegnere mancherebbe di voglia di lavorare.

Non infierirò sull’uso da parte sua della retorica del mammone, ché si commenta da sé. Sarei lieto piuttosto se ci chiarissimo su cosa significhi esattamente saper fare la “o” senza il bicchiere, perché la questione è tutta lì. Far le sue infinite circonlocuzioni per esprimere un concetto che in tre parole sarebbe egualmente esaurito? Parlar di scienza senza sapere cos’è un enzima? Scriver di sport senza avere mai tirato un calcio a un pallone? O discettare di economia senza conoscer nemmeno la curva della domanda? Con questo, che o è esercizio della dote della scienza infusa, o è esercizio impunito della ciarla come se fosse scienza, coincide solitamente il mestiere del giornalista ed è l’opposto del saper fare la “o” senza il bicchiere. Onde, col suo metro, di gente da portare a € 600 euro al mese da ben più laute retribuzioni ce ne sarebbe a vagonate già solo tra i suoi colleghi.

Da giornalista, il suo discorso è francamente inaccettabile perché prende per buona la vulgata padronale secondo cui bisognerebbe accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione, senz’alcuna autostima o remora, perché purtroppo i tempi sono duri tanto per il servo quanto per il padrone.
Un giornalista approfondisce il tema mediante statistiche e stime sulla concentrazione della ricchezza e sulla sottoccupazione (Mi permetto di consigliargliene qualcuna: link 1, link 2, link 3, link 4) e svela la mistificazione della vulgata; non se la prende per buona e magari la farcisce di un malsano moralismo, secondo il quale il valore da auspicare nel giovane sarebbe il desiderio di lavorare ad ogni costo anche con dubbio beneficio, e non il senso della dignità. Senso che comunque non ha, perché nessuno gliel’ha insegnato o meglio perché chi detiene la ricchezza gli ha con mille artifici fatto credere che il possesso materiale sia il segno tangibile dei suoi diritti sociali.

Lei vorrà rispondermi che non prende lezioni di giornalismo da me. Ebbene, non le prenda! Non significa che lei abbia fatto del buon giornalismo – limitatamente a questo caso, beninteso – e non darà più valore alle sue argomentazioni.

Da padre, cioè da appartenente alla generazione dei padri, il suo discorso è, se possibile, anche meno accettabile. Lei predica cose in astratto sacrosante, come aver l’umiltà d’imparare, la capacità di adattarsi alle risorse disponibili … ma al suo discorso manca quello che solo un padre può insegnare, che è appunto il senso della dignità e dell’autostima, le quali in fondo son le cose che portano all’autonomia e alla rettitudine di giudizio. Che insegnano a scegliere e non a far di tutto per farsi scegliere, come fanno le puttane.

Lei vorrà rispondermi che non prende lezioni di paternità da me. Le do ragione. Non sono padre e non ho nulla da insegnarle. Non sono neanche giornalista, per fortuna. Se qualcosa conta, sono lettore.
Con immutata stima.
Michele Di Mauro.

PS. Sulla questione del bel gioco e dei risultati ha ragione. Sulle prime non ero d’accordo perché mi sembrava un discorso diseducativo, ma qui parliamo di sport professionistico e non avevo compreso che lei voleva solo proporre un salto in avanti alla discussione.

Dalla parte della professoressa. Ma hai letto bene?

Caro prof. Tomasin,

m’è sfuggito sul momento il suo scritto dello scorso 26 febbraio sul Sole 24 ore nel quale Ella si fa latore di una critica, invero non nuovissima, alle tesi dell’arcinota Lettera dei ragazzi di don Milani. La mia risposta, semmai le dovesse giungere, lo fa con ritardo, ma cosa vuole che siano poche settimane rispetto ad un dibattito vecchio ormai, a voler essere buoni, di cinquant’anni?

È vero che il dibattito è vecchio, che s’è scritto non solo troppo su don Milani (che adesso sarebbe anche pedofilo), ma anche che su don Milani s’è scritto troppo. Io ne ho letto tanto per motivi varî e certo mi avrebbe annoiato mortalmente scrivere su un argomento a tal punto esausto, se non fosse che Ella riesce nel miracolo d’essere originalissimo pur dicendo una marea di banalità. Perché le sue banalità, caro professore, hanno di originale che Ella non s’è affatto accorto che le tesi di don Milani hanno perso e che Ella è dalla parte del vincitore.

Mi piace pensare che Ella non se ne sia accorto, altrimenti dovrei credere che Ella è intellettualmente disonesto. Oppure tertium datur, in questo caso: quando Ella dice di aver riletto la lettera, mente, ed attinge ad un ricordo sbiadito o ad un riassunto maldestro che gliene ha fatto qualcuno. Ma supponiamo che sia onesto intellettualmente e che la lettera l’abbia letta.

Quando Ella afferma: « … poveri, come li si chiamava nel linguaggio della scuola rurale di Barbiana, con termine che copriva indistintamente l’indigenza materiale e quella intellettuale, confondendo l’una con l’altra » non compie un’azione degna di un filologo – quale lei è, come apprendo da Wikipedia – che per ricostruire il testo e le idee di un autore dovrebbe, come minimo, documentarsi sul pensiero complessivo del medesimo. Ma questo è un dettaglio.

Il suo equivoco viene precipuamente allo scoperto quando afferma dell’esistenza di « una pervicace abitudine italiana a fare di odio e invidia la base di ogni ragionamento », dando ad intendere che Ella si è trovato dal lato dell’invidiato più spesso che dell’invidiante. (Questi argomenti l’accomunano, a lei filologo, a quei pozzi di scienza che sono la Santanché e Briatore, se n’è accorto?)

Anch’io sono stato tacciato di odio ed invidia verso chi ha di più. Sa da chi? Dai comunisti. Si dibatteva sul tempo da dedicare alla lotta e allo studio (confesso, per qualche anno ho creduto in quella lotta, ma ora sono redento), e quando io, che avevo perso mio padre al primo anno e dovevo lavorare sei-otto ore al giorno per forza, dissi ad un ricco di ricchezza materiale e culturale che è facile dedicarsi alla lotta e dare otto esami all’anno con il bonifico paterno ogni mese puntuale sul conto, venivo malamente zittito col medesimo argomento dell’invidia.

Caro Tomasin, Lei pensa di fare una provocazione toccando un santino della sinistra. Non ne ha bisogno. Le somiglia molto più di quanto Lei dia ad intendere di sapere. Sa qual è l’argomento principe delle cene degli ex sessantottini? L’inefficienza delle donne delle pulizie. Seguito dalla fatica dell’avere una casa vacanze. Vuole che le racconti com’è fare un esame all’università con un suo collega ex sessantottino?

Rischierei di divagare. Le racconterò allora della giovane avvocatessa polacca, la cui madre probabilmente asciugava il culo a qualche nonno italiano, che mi disse che le condizioni sociali non c’entrano nulla con i reati; o della giovane studentessa di medicina tedesca, i cui genitori erano fuggiti dall’Iran, la quale mi disse che, essendo la politica troppo corrotta, il mondo si cambia col consumo consapevole.

Non lo vedi, Tomasin, che hai vinto? I cuccioli del maggio si sono arresi alle mollezze borghesi ed hanno partorito una generazione transnazionale di giovani ai massimi livelli dell’istruzione, innocui e senza alcuna capacità né volontà di discutere l’esistente dalle fondamenta. Cosmopoliti e easy-going, leggono venti libri all’anno, parlano tre lingue, sono vegetariani ed ecologisti, non sono vittime di quella forma medioevale di superstizione che è la religione, per vincere lo stress fanno yoga. Ad immagine e somiglianza dell’europeo del futuro quale lo si auspica sul tuo giornale. Non è il caso che ti metti a parlare come un perdente.

Se pensi che « molte delle raccomandazioni di don Milani e dei suoi ragazzi trovarono realizzazione talora puntuale, ben al di là – forse – delle loro stesse aspettative », non sai di che parli. Ti sei accorto che non è nemmeno don Milani nella foto con la quale hanno corredato il tuo articolo, recante la didascalia In classe. Don Lorenzo Milani (1927-1967)? È persino sbagliato l’anno di nascita …

La foto errata corredata all’articolo di L. Tomasin su ilsole24ore.com. La didascalia erroneamente cita: In classe. Don Lorenzo Milani (1927-1967) con i suoi studenti nel primo Dopoguerra (…)

Tra un tomo del ‘300 e un saggio di linguistica, cazzeggi mai su YouTube? I provini del grande fratello li hai visti? Quanti figli di professori ci sono, secondo te, tra quegli analfabeti funzionali e classici che vengono sbeffeggiati dalla Gialappa’s? Quando loro sbeffeggiano i figli dei professori, noi li chiamiamo bulli ed apriamo dibattiti nazionali. Quando la televisione nazionale sbeffeggia loro, tra una risata e l’altra diciamo che la colpa è della « scuola prefigurata dalla Lettera a una professoressa » che « è giust’appunto quella che oggi tutti deprecano (…) perché capace di creare, nel suo sgangherato egalitarismo, disparità e ingiustizie ancor più gravi di quelle imputate all’odiosa vecchia scuola ».

Non sai di che parli e sbagli ad individuare la causa. Che è infinitamente complessa, troppo per essere disaminata qui, ma, credimi, tutta imperniata sulle disparità economiche e sulla situazione culturale della famiglia d’origine. E non è certo la tua meritocrazia predicata come l’opposto dell’egalitarismo l’antidoto. Perché dentro di te, dove sai essere onesto, sai che non c’è egalitarismo senza inclusione, e non c’è inclusione senza meccanismi materiali che compensano le lacune di quelli che a casa hanno la televisione e non i libri. E questa inclusione costa, soldi e uno scatto di pensiero: è eticamente prioritaria rispetto all’eccellenza.

Il merito di cui parli tu sul tuo giornale è un merito di censo, che riguarda la nascita, come prima delle rivoluzioni. È un’idea retrograda che si spaccia per moderna.
Fai questo esperimento. Pensa che, così come sei casualmente nato a Venezia da una famiglia che posso supporre non indigente, avresti potuto nascere in Senegal ed essere uno di quelli che, se non li ha consumati la tubercolosi prima, muoiono a mare e i tonni gli mangiano le dita dei piedi. Pensaci davvero, come puoi fare tu che sei un uomo colto. Pensa quanto potenziale sprecato. Ora pensa uno di quei negri al posto tuo. Forse sarebbe un ricco figlio di papà che pippa strisce d’un metro e mezzo e va a trans. O forse sarebbe stato un ottimo filologo, sarebbe arrivato a Losanna con tutti i meriti accademici e, prima di scrivere un articolo pieno di grossolani fraintendimenti sul curato ribelle e sui suoi chierichetti avrebbe tentato di capire di cosa si stesse parlando.

Adesso se mi andrà bene mi taccerai di fare retorica e demagogia. Se male, di fomentare l’odio e l’invidia. Pazienza.
Ti saluto cordialmente, davvero, senza invidia e senza odio.
Michele Di Mauro.