Una laurea vale una vita. Ecco perché.

Non conoscevo la storia personale di Giada Di Filippo, la ragazza che s’è lanciata giù dal tetto dell’università di Napoli nei giorni scorsi. La cronaca è così: un calderone nel quale ribollono in forma di racconto della singolarità e imprevedibilità delle vicende che occorrono agli uomini ogni sorta di miseria e disperazione. Poi succede qualcosa accanto a noi che riguarda faccende contigue e omologhe alle nostre, che ci costringe ad un sentimento che s’atteggia a compassione.

Ignoravo la storia personale di Giada e continuo ad ignorare i suoi pensieri. Ma la cronaca è così: puoi fare il guardone dal foglio del giornale o arrivare al dato politico intrinseco che le storie personali contengono.

Il disagio ha un contenuto politico

Evidentemente il disagio di Giada non è riducibile al suo rapporto con l’università. Altrettanto evidentemente, il disastro dell’università italiana non merita alcuna indulgenza solo perché quando ci si toglie la vita lo si fa sempre per un problema personale. Il nostro disagio ha un contenuto politico e delle determinanti sociali – mi sembra che fossero questi gli elementi del dibattito col quale si decise di chiudere i manicomî.

Il contenuto politico in questione è piuttosto scivoloso. Tutte le nostre analisi partono dal presupposto che l’università è naturalmente difficile e che la difficoltà risieda nella complessità degli studi superiori. Il problema reale sarebbe perciò estrinseco all’università: nella mancanza di servizi psicologici, nell’inadeguatezza della scuola superiore che non ti prepara realmente allo studio rigoroso, nella fragilità personale che non viene compresa da un sistema in sé oggettivo e incentrato sulla performance

Questo è il nostro peccato più grave: avere introiettato la colpa.

La leggenda della cugina di un cugino che non usciva mai di casa

Possiamo sempre mentire, ingannarci, prenderci per i fondelli come più ci aggrada. Ma quando c’è di mezzo la vita, bisogna dire la verità. Tutti noi siamo inconsapevolmente vittime della vox populi: chi non ha passato l’esame d’ammissione sotto sotto è più scemo di chi lo passa; chi prende trenta ad un esame è più bravo di chi prende ventitré, chi si laurea a ventiquattr’anni è migliore di chi si laurea a trentaquattro. Dove non picchia il giudizio di merito, attacca quello morale: che è più onorevole e serio starsene in stanza a ingobbire e immiopire sul trattatello che viaggiare, imparare una lingua, farsi una passeggiata in certi pomeriggi d’aprile, leggere anche d’altro. La leggenda della cugina di un cugino che non usciva mai di casa, ha preso tutti trenta a medicina e adesso sta ad Harvard a sconfiggere il cancro.

Consoliamo noi stessi dicendo che una laurea non vale una vita, come a prendere un profondo respiro d’aria fresca nell’ansiotica apnea del nostro quotidiano, nel quale ogni azione e pensiero dice senza equivoco che la laurea vale tutta la nostra vita. Forse vorremmo dire: una laurea non vale un suicidio.

Dicevamo: la verità. Dirla devotamente, volgarmente, sguaiatamente. Più si vede da vicino l’università, più si rivalutano le fogne.

Le nefandezze più immorali e i piccoli soprusi

Il sistema alimenta la nostra ambizione col mito della laurea, del lavoro ben retribuito e del prestigio sociale che ogni società meritocratica – e perbene, visto che l’aspetto morale non manca mai – tributa a chi ha una laurea più degli altri. Se ti va male hai sempre la scialuppa dell’estero, del cervello in fuga. Ti costringe, per arrivarci, a ingoiare ogni cosa, e tu ti pieghi ad ingoiare ogni cosa: dalle nefandezze più immorali ai piccoli soprusi quotidiani. Il sistema è sadico: consapevolmente gira il dito nella piaga della tua ambizione.

Se è vero – ma non sempre – che tu non arrivi all’università con la più rigorosa formazione, è anche vero che non c’è alcun premio Nobel dall’altro lato della cattedra. Il più delle volte anzi sono nullità scientifiche miracolate da un sistema corrotto e familistico, che sanno le materie che insegnano tal quale a come stanno sui libri più diffusi, da cui copiano le diapositive, che a lezione leggono senza mai un barlume di luce negli occhi. In un posto meritocratico come amano predicare, essi cambierebbero le lampadine negli uffici dei veri professori.

Per gli esami sembra che tutti facciano riferimento allo stesso sistema: non è questo il punto. Si parte con domande molto vaghe. Tu la metti sui concetti, e loro dicono che sei generico e impreciso e cominciano a chiedere i numeri delle tabelle – che loro conoscono per averceli sulla stessa diapositiva che mostrano da dieci anni, cambiando ogni anno il colore di sfondo; tu la metti su numeri e tabelle, e loro dicono che non si studia così, che a noi la scuola non c’insegna a ragionare, che ai loro tempi quando si faceva la traduzione estemporanea greco-latino … reimpostare il discorso dopo il pistolotto sull’estemporanea greco-latino è impresa impossibile. Qualunque cosa tu dica, apparirà banale.

Guai se dici che lavori

Tu che sei un lavoratore – che fai un lavoro specialistico e sei rispettato da tutti, che hai girato l’Europa e parli bene due, tre lingue, hai letto Dante e Platone e conosci l’analisi matematica – quando entri lì lasci tutto fuori perché l’unico comportamento accettato è la testa bassa, il timore reverenziale e il silenzio. Devi tollerare bonariamente le patetiche battutine che fuori di lì faresti ringoiare a chiunque. E guai se dici che lavori: il più patetico di tutti ti viene a dire che tu o studi o lavori, entrambe le cose non puoi farle.

Devi semplicemente essere un altro.

Ognuno dei mammasantissima tiene cani da riporto e cani d’abbaio. I primi sbrigano le faccende noiose, i secondi mordono per conto del padrone: capitare all’esame con un cane d’abbaio è bocciatura certa e non contenti dopo aver bocciato per un cavillo, che magari hanno cercato in mezz’ora d’esame scrupolosissimo, si guardano tra loro dicendosi come si fa a presentarsi ad un esame senza sapere questo?
È la stessa, solita morale, che qui ritorna nella forma come osi sederti di fronte all’esimio scienziato tu che non hai letto le sbobinature della lezione del 4 marzo 20…

Esercizio del pensiero critico: non pervenuto. Vuoi discutere e sperimentare, tu? che non sei nemmeno andato in America a fare il phD? Ho già scritto di quello a cui dovevi fare una domanda sulla lezione mentre gli correvi dietro nel corridoio senza che lui nemmeno si voltasse.

Entri in uno studio per visionare il tuo compito scritto visto che per la quarta volta di seguito non l’hai passato insieme al 75% dei candidati, dici buona sera e l’altro risponde aspetti fuori.

Poco più bravi di lei

Ma lei è grande, quanti anni ha?

Ventotto.

E perché non lascia? Un domani ad un concorso lei si trova che gli altri sono poco più bravi di lei, ma lei si trova con cinque, sei anni di più …

Poco più bravi di lei … già, non basta la scemenza: se son stati più veloci, allora sono più bravi. Devono anche sfottere.

Spesso non ti degnano più neanche del lei. Con gl’impiegati qualche mattino che hai voglia puoi sempre attaccare a dare del “tu” a tua volta, ma con i docenti meglio abbozzare. Chissà che poi all’esame non si mettano a darti del “lei” in modo beffardo facendoti domande del cazzo.

Introiettano la colpa del sistema

In questo malsano mondo parallelo molti s’ammalano. Introiettano la colpa del sistema e la fanno propria. Cominciano a soffrire d’ansia. Prima dell’esame hanno singolari reazioni psicosomatiche e alcuni dopo un po’ non possono più sentir parlare dell’università. La famiglia impotente se sei fortunato cerca di consolarti, ma sotto sotto anche mammà e papà pensano che il professore è un uomo di scienza e tu sei ancora un ragazzino che prende le cose un po’ troppo emotivamente. Certo, se poi vai su un tetto e ti lanci di sotto o meno drammaticamente molli la presa e ti cerchi un posto nelle ferrovie, sei sempre tu che sei fragile, che non sei adatto. Ed è vero. Ma una cosa vera non è tutta la verità. Tra la tua fragilità e le conclusioni che ne trai c’è di mezzo il mondo.

Il mondo che picchia duro e fa presto a dire che la fragilità è un lusso che devi pagare a tue spese.

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Lettera al prossimo Ministro degli Interni – Parte 3

[… segue]

La demagogia di politica e stampa non fa che eludere il problema

Lungi da me voler difendere questi ragazzi dalla giustizia. È stato odioso vederli prendere a calci un barbone e serve che paghino caro il doloroso esame di coscienza che dovranno pur farsi, un giorno. Voglio piuttosto difenderli dalle castronerie a briglia sciolta dette da persone come Minniti, perché non fanno altro che eludere il problema e aizzare contro queste vittime dell’edonismo consumista e dell’egoismo borghese il popolo babbione. Ho il dovere di difenderli dai giornalisti che sul Mattino dell’altro giorno (17 gennaio 2018) equiparavano un povero cristo di fioraio ad un teppista meritevole di Daspo. Ho il dovere di difendere le loro vittime, come Arturo e Gaetano, dalle facili conclusioni con le quali voi credete di spiegare e addirittura risolvere tutto questo.

Il suo illustre predecessore prosegue: « Non consentiremo alle baby gang di cambiare le abitudini dei giovani napoletani », e questa è forse la castroneria più grossa. La realtà deve cambiarci, altrimenti non noi potremo mai cambiare la realtà. E vengo all’appello che le faccio essendo Ella appena investito del ruolo di Ministro dell’Interno.

Insegniamo ai ragazzi i loro veri diritti

Dobbiamo cambiare la vulgata secondo la quale più poliziotti e più galera renderebbero le nostre città più sicure; dobbiamo far tornare i nostri ragazzi a studiare storia e filosofia perché non si bevano più la scemenza che loro diritto sia la movida con gli amici e l’unico conflitto nel mondo sia chi offre il prossimo cicchetto: loro diritto è avere gli strumenti per comprendere la realtà così come l’hanno ereditata dalla generazione precedente e avere tutti i mezzi intellettuali, morali e materiali per cambiarla; loro diritto è sentire la verità sull’antropologia del consumo; loro diritto è non doversi ciucciare per i prossimi cinque anni un Ministro che equipara teppisti e terroristi; loro diritto, se vogliamo parlare di diritti, è vivere in una società che dia ai loro vili aggressori, perché nessuno nega che siano vili, lo stesso diritto che avranno avuto loro di comprendere la differenza tra l’onore e la viltà.

Istruzione e lavoro, ma non quelli a cui siamo abituati

Poi sommergeteci pure di pattuglie per proteggerci dalle “stese” e dai pestaggi: Ella, che vive scortato dai reparti d’élite delle forze armate, non sa il conforto che mi danno i lampeggianti blu in lontananza quando, rincasando dal lavoro a tarda sera, cammino per il rione. Ma non ho la cecità né la superbia di credere che siano la vera soluzione, che possano rimpiazzarsi all’istruzione – quella che dice all’azienda cosa è giusto produrre, non quella che si fa dire dall’azienda cosa è giusto insegnare; al lavoro – quello dignitoso e congruamente retribuito, non lo sfruttamento del lavoro nero o quello legalizzato di stage, corsi e tirocinî.

Se quanto le scrivo esula dai compiti del suo dicastero, faccia protocollare la presente e la giri al Ministro della Pubblica Istruzione e ci faccia almeno la cortesia di non dire scemenze a briglia sciolta come il suo predecessore.

La saluto cordialmente e le auguro buon lavoro.
Michele Di Mauro.

Lettera al prossimo Ministro degli Interni – Parte 2

[… segue]

Sono napoletano da almeno tre generazioni e Le scrivo dal rione Sanità. Sono venuto a vivere nel ventre fondo del rione, in questi anni in cui venirvi a mangiare una pizza o tagliare un nastro è spacciato per “riscatto”. Perciò conosco il problema, la somma dei problemi.
Sono certo che Ella avrà a disposizione dati diretti, non filtrati dai giornali, per i quali possiamo parlarci sinceramente e in modo schietto: Ella saprà che non vi è alcuna emergenza intorno al problema delle cosiddette baby-gang; che ci si trova piuttosto dinnanzi ad un emerso già da un pezzo, per mia esperienza diretta direi da almeno dieci anni.

Lebbrosi e geneticamente modificati

Non pochi li hanno visti venire da lontano, dalle profondità della nostra infanzia, questi figli di quello che una volta si chiamava sottoproletariato, cresciuti nello squallore dell’edilizia post-terremoto, schiacciati tra la camorra e lo Stato connivente. Li ho visti disprezzati in tutti i gradi della scuola dagli insegnanti, borghesi del tutto ignari del loro mondo ed impreparati ad affrontarli. Li chiamavano bulli quando si scontravano con noi figli di famiglie un pelo sopra la loro condizione sociale, e ci proteggevano da loro invitandoci il più delle volte “a non mischiarci”, con questi lebbrosi, che qualcuno diceva addirittura “geneticamente modificati”.

Solo la roba non manca mai

Ci meravigliamo perché non abbiamo tirato le somme. Dobbiamo sommare i loro genitori semianalfabeti cui lo Stato non ha offerto che la durezza delle uniformi blu, che arrivano all’alba per portarti a Poggioreale, col deserto urbano in cui li abbiamo messi ad espiare la loro esistenza. Sommare la desolazione di certe nottate estive in periferia con le lusinghe del don Pasquale di turno che promette soldi e un po’ di sballo. Ecco, quando sommeremo le ore che hanno passato nelle sale giochi e sui motorini nelle strade dissestate che si perdono nella campagna martoriata da sversamenti d’ogni sorta non ci meraviglieremo più che costoro siano in preda ad una furia nichilista similmente ai protagonisti di Arancia Meccanica. Ci meraviglieremo anzi di quei pochi che ancora non hanno preso un bastone e sfasciato tutto.
Ultimo addendo della somma, pena non trovarci mai coi conti, la roba. Il cellulare le Nike Silver gli occhiali di Prada il motorino SH 150 la lampada solare Facebook e l’Eurobet. Quelli la società costituita ha trovato il modo di farli arrivare anche là dove non c’era un parco, un museo, un campo da calcetto. Ha saputo farglieli amare come si ama ciò che ti dà un posto nel mondo, che quivi si divide in chi ha e chi non ha, tale e quale a come si divide tra chi è andato a scuola a studiare l’inglese e il tedesco e oggi fa l’italiano all’estero di mestiere.

Essi volevano la roba come l’abbiamo voluta tutti. E perché mai costoro dovevano accettare di essere sfruttati da un proprietario di bar a € 300 al mese per 16 ore di fatica al giorno? Perché dovevano dire di no al don Pasquale? Per amore di quella legalità che ti presenta solo il conto a dare e mai ad avere?

È troppo politicamente scorretto ciò che affermo? La verità quasi sempre lo è.

[Vai alla Parte 3]

Dalla parte della professoressa. Ma hai letto bene?

Caro prof. Tomasin,

m’è sfuggito sul momento il suo scritto dello scorso 26 febbraio sul Sole 24 ore nel quale Ella si fa latore di una critica, invero non nuovissima, alle tesi dell’arcinota Lettera dei ragazzi di don Milani. La mia risposta, semmai le dovesse giungere, lo fa con ritardo, ma cosa vuole che siano poche settimane rispetto ad un dibattito vecchio ormai, a voler essere buoni, di cinquant’anni?

È vero che il dibattito è vecchio, che s’è scritto non solo troppo su don Milani (che adesso sarebbe anche pedofilo), ma anche che su don Milani s’è scritto troppo. Io ne ho letto tanto per motivi varî e certo mi avrebbe annoiato mortalmente scrivere su un argomento a tal punto esausto, se non fosse che Ella riesce nel miracolo d’essere originalissimo pur dicendo una marea di banalità. Perché le sue banalità, caro professore, hanno di originale che Ella non s’è affatto accorto che le tesi di don Milani hanno perso e che Ella è dalla parte del vincitore.

Mi piace pensare che Ella non se ne sia accorto, altrimenti dovrei credere che Ella è intellettualmente disonesto. Oppure tertium datur, in questo caso: quando Ella dice di aver riletto la lettera, mente, ed attinge ad un ricordo sbiadito o ad un riassunto maldestro che gliene ha fatto qualcuno. Ma supponiamo che sia onesto intellettualmente e che la lettera l’abbia letta.

Quando Ella afferma: « … poveri, come li si chiamava nel linguaggio della scuola rurale di Barbiana, con termine che copriva indistintamente l’indigenza materiale e quella intellettuale, confondendo l’una con l’altra » non compie un’azione degna di un filologo – quale lei è, come apprendo da Wikipedia – che per ricostruire il testo e le idee di un autore dovrebbe, come minimo, documentarsi sul pensiero complessivo del medesimo. Ma questo è un dettaglio.

Il suo equivoco viene precipuamente allo scoperto quando afferma dell’esistenza di « una pervicace abitudine italiana a fare di odio e invidia la base di ogni ragionamento », dando ad intendere che Ella si è trovato dal lato dell’invidiato più spesso che dell’invidiante. (Questi argomenti l’accomunano, a lei filologo, a quei pozzi di scienza che sono la Santanché e Briatore, se n’è accorto?)

Anch’io sono stato tacciato di odio ed invidia verso chi ha di più. Sa da chi? Dai comunisti. Si dibatteva sul tempo da dedicare alla lotta e allo studio (confesso, per qualche anno ho creduto in quella lotta, ma ora sono redento), e quando io, che avevo perso mio padre al primo anno e dovevo lavorare sei-otto ore al giorno per forza, dissi ad un ricco di ricchezza materiale e culturale che è facile dedicarsi alla lotta e dare otto esami all’anno con il bonifico paterno ogni mese puntuale sul conto, venivo malamente zittito col medesimo argomento dell’invidia.

Caro Tomasin, Lei pensa di fare una provocazione toccando un santino della sinistra. Non ne ha bisogno. Le somiglia molto più di quanto Lei dia ad intendere di sapere. Sa qual è l’argomento principe delle cene degli ex sessantottini? L’inefficienza delle donne delle pulizie. Seguito dalla fatica dell’avere una casa vacanze. Vuole che le racconti com’è fare un esame all’università con un suo collega ex sessantottino?

Rischierei di divagare. Le racconterò allora della giovane avvocatessa polacca, la cui madre probabilmente asciugava il culo a qualche nonno italiano, che mi disse che le condizioni sociali non c’entrano nulla con i reati; o della giovane studentessa di medicina tedesca, i cui genitori erano fuggiti dall’Iran, la quale mi disse che, essendo la politica troppo corrotta, il mondo si cambia col consumo consapevole.

Non lo vedi, Tomasin, che hai vinto? I cuccioli del maggio si sono arresi alle mollezze borghesi ed hanno partorito una generazione transnazionale di giovani ai massimi livelli dell’istruzione, innocui e senza alcuna capacità né volontà di discutere l’esistente dalle fondamenta. Cosmopoliti e easy-going, leggono venti libri all’anno, parlano tre lingue, sono vegetariani ed ecologisti, non sono vittime di quella forma medioevale di superstizione che è la religione, per vincere lo stress fanno yoga. Ad immagine e somiglianza dell’europeo del futuro quale lo si auspica sul tuo giornale. Non è il caso che ti metti a parlare come un perdente.

Se pensi che « molte delle raccomandazioni di don Milani e dei suoi ragazzi trovarono realizzazione talora puntuale, ben al di là – forse – delle loro stesse aspettative », non sai di che parli. Ti sei accorto che non è nemmeno don Milani nella foto con la quale hanno corredato il tuo articolo, recante la didascalia In classe. Don Lorenzo Milani (1927-1967)? È persino sbagliato l’anno di nascita …

La foto errata corredata all’articolo di L. Tomasin su ilsole24ore.com. La didascalia erroneamente cita: In classe. Don Lorenzo Milani (1927-1967) con i suoi studenti nel primo Dopoguerra (…)

Tra un tomo del ‘300 e un saggio di linguistica, cazzeggi mai su YouTube? I provini del grande fratello li hai visti? Quanti figli di professori ci sono, secondo te, tra quegli analfabeti funzionali e classici che vengono sbeffeggiati dalla Gialappa’s? Quando loro sbeffeggiano i figli dei professori, noi li chiamiamo bulli ed apriamo dibattiti nazionali. Quando la televisione nazionale sbeffeggia loro, tra una risata e l’altra diciamo che la colpa è della « scuola prefigurata dalla Lettera a una professoressa » che « è giust’appunto quella che oggi tutti deprecano (…) perché capace di creare, nel suo sgangherato egalitarismo, disparità e ingiustizie ancor più gravi di quelle imputate all’odiosa vecchia scuola ».

Non sai di che parli e sbagli ad individuare la causa. Che è infinitamente complessa, troppo per essere disaminata qui, ma, credimi, tutta imperniata sulle disparità economiche e sulla situazione culturale della famiglia d’origine. E non è certo la tua meritocrazia predicata come l’opposto dell’egalitarismo l’antidoto. Perché dentro di te, dove sai essere onesto, sai che non c’è egalitarismo senza inclusione, e non c’è inclusione senza meccanismi materiali che compensano le lacune di quelli che a casa hanno la televisione e non i libri. E questa inclusione costa, soldi e uno scatto di pensiero: è eticamente prioritaria rispetto all’eccellenza.

Il merito di cui parli tu sul tuo giornale è un merito di censo, che riguarda la nascita, come prima delle rivoluzioni. È un’idea retrograda che si spaccia per moderna.
Fai questo esperimento. Pensa che, così come sei casualmente nato a Venezia da una famiglia che posso supporre non indigente, avresti potuto nascere in Senegal ed essere uno di quelli che, se non li ha consumati la tubercolosi prima, muoiono a mare e i tonni gli mangiano le dita dei piedi. Pensaci davvero, come puoi fare tu che sei un uomo colto. Pensa quanto potenziale sprecato. Ora pensa uno di quei negri al posto tuo. Forse sarebbe un ricco figlio di papà che pippa strisce d’un metro e mezzo e va a trans. O forse sarebbe stato un ottimo filologo, sarebbe arrivato a Losanna con tutti i meriti accademici e, prima di scrivere un articolo pieno di grossolani fraintendimenti sul curato ribelle e sui suoi chierichetti avrebbe tentato di capire di cosa si stesse parlando.

Adesso se mi andrà bene mi taccerai di fare retorica e demagogia. Se male, di fomentare l’odio e l’invidia. Pazienza.
Ti saluto cordialmente, davvero, senza invidia e senza odio.
Michele Di Mauro.

La ferocia perbenista nel giudicare Napoli


Di seguito il testo integrale della mia lettera ad alcuni quotidiani, pubblicata solo da Repubblica in versione ridotta.

Spettabile Redazione,
vi scrivo da Napoli questa lettera con un sentimento di profonda angoscia. Pochi giorni fa in città un giovane di 16 anni è morto a seguito di un incontro ravvicinato con i carabinieri, in circostanze che stando a quanto sta emergendo dai media, delineano un quadro assurdo e indegno d’un paese civile e democratico. Chiaramente, sulla vicenda faranno luce l’autorità giudiziaria e le indagini difensive condotte dall’avvocato Anselmo, e io non vi scrivo questa lettera per entrare nel merito ma nella speranza che il vostro giornale voglia ospitare una riflessione che è ormai orfana degli intellettuali e degli spazi di discussione che merita. Continua a leggere