L’ovvio non è originale: contestazioni amichevoli alla campagna #metoo

Fonte immagine: https://www.rnews.co.za/

Una rappresentazione del mondo come fallocratica ingiustizia imperante fa sì che, nella convulsa ricerca di una possibile giustizia ideologica e schematica, non si rimanga solo sconvolti dall’ovvio: lo si odia, con veemenza tale che pur di essere politicamente corretti si finisce con l’essere logicamente assurdi (su questo torneremo anche in un prossimo post).

Un breve riepilogo dei fatti

Si svolge negli ultimi mesi un dibattito transnazionale sulle molestie sessuali. Dibattito che ha preso le mosse dalla denuncia da parte di innumerevoli attrici nei confronti del signor Weinstein, celeberrimo produttore cinematografico a quanto pare affetto da priapismo. Indifendibile.

Sull’onda dell’emozione per le dozzine di donne che hanno raccontato le loro disavventure col signor Weinstein, è nato un movimento di denuncia contro il sexual harassment in tutte le sue forme in tutti i paesi che contano. Il movimento, come tutti i movimenti che non escono oltre il perimetro dell’ #hashtag, è un calderone nel quale ribollono gli uni accanto alle altre racconti inquietanti e circostanziati e denunce irricevibili come quella di Gwyneth Paltrow; nuovi casi relativi ad altri pezzi grossi dell’ambiente e qualcuno che denuncia la grande ipocrisia che serpeggia tra gli indignati e una fetta consistente delle vittime.

Sul merito della faccenda credo che la migliore risposta l’abbia data una dichiarazione su Le Monde, curiosamente firmata da sole donne.

L’ovvio ci salverà dal delirio

Dicevamo dell’ovvio. Quando si afferma l’ovvio, le invasate si fanno uscire la schiuma da bocca perché si sentono minacciate: esso piccona la ricerca compulsiva dell’originalità e le paraculate su cui si costruiscono le carriere politiche e mediatiche. Piccona anche quel senso di giustizia, se pure onesto, nutrito soltanto di luoghi comuni.

Io detesto parlare dell’ovvio, tuttavia mi vedo spesso moralmente costretto a farlo per non soccombere all’imbecillità dilagante. Dunque elencherò schematicamente alcune ovvietà, perder di vista le quali può costare molto, molto caro alla nostra società:

  •  Non creare realtà di comodo per avallare motivazioni ideologiche.

    Sospettare che tra le vittime di abusi vi siano anche donne, le quali cialtronescamente prima erogano favori sessuali in cambio di benefici e poi gridano al porco, non equivale a difendere molestie e stupri: è sospetto legittimo e senso di realtà.

  • Non censurare il punto di vista altrui per rinforzare la realtà di comodo e fare carriera come attivista.

    Posto che il favore sessuale esiste ed è uno scambio mutuo e consensuale, per quanto deprecabile, cosa affermano di male coloro i quali dicono che la denuncia tardiva di molestie dell’impiegata postale, che dice: se non mi avessero messo la mano sul culo avrei fatto la protagonista in Matrix, merita ben altra pietà dal resoconto tardivo d’un’attrice sostanzialmente mediocre, che ha fatto una luminosa carriera – inspiegabile sulla base delle sue doti d’attrice – la quale dopo aver goduto tutti i benefici e le prebende del sistema se ne esce all’improvviso con la storia del panciuto e sudato produttore che chiede di massaggiare un po’ i suoi rotolini, possibilmente con un “happy ending”?
    Certamente molte donne restano traumatizzate da tali episodi e tacciono. Fanno carriera, ma per il talento. È giusto che la loro denuncia venga accolta da un’accorta sensibilità anche quando i termini dell’azione penale sono scaduti. Ma perché a noi si fa divieto di dire che non tutte sono oneste? Qualcuno forse per demagogia vuol dipingere un mondo in cui le donne son tutte oneste e in buona fede, allora è sacrosanto respingere questa censura.

  • Non pubblicare notizie di molestie senza verifiche.

    La molestia sessuale è un reato odioso ed infamante. Ancora fresco è il caso Tornatore-Trevisan, che torna qui emblematico. La signora Trevisan rilascia un’intervista a Vanity Fair nella quale asserisce di molestie da parte del signor Tornatore vent’anni addietro. La notizia viene ripresa da Repubblica.it con titoli sensazionali, Tornatore minaccia giustamente querele e Asia Argento a stretto giro twitta: “denunciaci tutte”.
    Siccome la molestia è un reato odioso ed infamante, in un mondo ideale, prima di pubblicare una notizia a titoli roboanti, si cercano verifiche e riscontri, i quali, se non possono essere trovati per il caso in ispecie per mancanza di testimoni, possono consistere nella ricerca di altre donne che abbiano subito molestie dallo stesso soggetto e non possano aver precedentemente concordato una versione con l’accusatrice – un molestatore raramente non si ripete. Altrimenti tanta solidarietà alla signora Trevisan, ma andasse dai carabinieri e scrivesse un libro di memorie, assumendosene la responsabilità morale e penale, senza il megafono dei quotidiani, che per fare clic e vendere copie sputtanano l’onorabilità di ogni malcapitato.
    Non è nuovo che Repubblica, principale organo di stampa dei politically correct della nazione, per il plauso dei benpensanti è disposta a pubblicare ogni genere di porcheria, per giunta facendo un tale spregiudicato uso dei titoli fuorvianti da fare invidia alle riviste scandalistiche, al costo di fare carta igienica non solo della deontologia giornalistica, ma persino dei principî dello stato di diritto.

  • Quando ci facciamo viola a strillare per i diritti, non dimentichiamo che anche la presunzione d’innocenza è un diritto.

    Il combinato disposto tra l’onere della prova a carico dell’accusa e la presunzione d’innocenza ha una funzione precisa, che non è quella di mitigare l’azione legale contro i rei, ma di tutelare da un uso privatistico e persecutorio della giustizia gli innocenti. E noi che difendiamo questi diritti non siamo maschilisti né pazzi né tiriamo l’acqua al mulino d’alcuno, ma difendiamo retti e saldi principî, molto più di chi si fa pubblico portavoce di una confusa campagna che accoglie indistintamente vere vittime e meschine delatrici.

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Coltellate come un giudizio su di noi

Corteo per Arturo, fonte foto repubblica.it

Colpisce più di tutto della vile aggressione a Napoli al giovane Arturo la furia nichilista del gruppo di coetanei. Rispondiamo alla madre: sia Arturo figlio nostro. Facile. Prendiamoci poi la patata bollente: fare di quei teppisti figli nostri e metter la loro furia nichilista in relazione al nichilismo che ci soverchia da ogni lato, ammettendo d’aver fallito nel proteggere Arturo perché abbiamo fallito nel proteggere i suoi barbari coetanei. Non dorma tranquillo chi dà lavori da 12 ore al giorno a 300 €/mese come alternativa alla strada; non osi parlare chi lascia dilagare il nichilismo consumista nelle nostre vite e poi pretende che scuola e famiglie tamponino i danni. Tanto le coltellate quanto le ferite sono un giudizio su di noi. Bisogna ascoltarlo devotamente, altrimenti corriamo il rischio di batterci per difendere il nostro diritto allo spritz. Davvero poco edificante.

Sul caso di Tiziana Cantone: ma il privato non era politico?

[Scrivo di questo argomento in maniera apparentemente tardiva: ci vuole sempre un po’ per riflettere sui fatti e ovviamente con queste modalità comunicative, quando si parla dopo aver pensato, indipendentemente dal risultato, si dà l’impressione di essere in ritardo].

Ho seguito con grande interesse la reazione della gente sui social network alla tragica fine di Tiziana Cantone.

Le voci che circolavano erano più o meno queste: “morta perché donna (in un paese maschilista)”, “morta perché le piaceva fare sesso (e le donne non debbono farlo per piacer loro)”; c’era chi formulava accuse penali “l’avete uccisa voi” e chi proscioglieva gli eventuali indagati “repubblica.it non l’ha uccisa”; c’era poi chi si lanciava a spron battuto nel campo della psicoanalisi: il piacere femminile come la soglia di un ignoto precluso ai moralisti maschilisti. Un profluvio di imbecillità a difesa di un recinto che la morale antimoralista vuole rappresentare inviolabile: le scelte personali di una ragazza che è giunta, per una schiacciante catena di conseguenze, a togliersi la vita.
(Tralascio i commenti di chi diceva che la poverina, sotto sotto, se l’è andata a cercare, ché non aggiungono né tolgono nulla al discorso che vorrei fare adesso). Continua a leggere

Medicina e onnipotenza della tecnica: qualche spunto di riflessione

Nel precedente articolo su omosessualità e genitorialità ci eravamo ripromessi di trattare il tema del ruolo del medico in un mondo in cui la medicina non si rivolge più esclusivamente alla sofferenza e alla malattia, ma diviene una prestazione commerciale che assiste una domanda non strettamente inerente la salute delle persone. La notizia, di pochi giorni fa, della nascita del figlio di Nichi Vendola attraverso la maternità surrogata, ci fornisce un ulteriore elemento per riprendere la discussione. Continua a leggere

La ferocia perbenista nel giudicare Napoli


Di seguito il testo integrale della mia lettera ad alcuni quotidiani, pubblicata solo da Repubblica in versione ridotta.

Spettabile Redazione,
vi scrivo da Napoli questa lettera con un sentimento di profonda angoscia. Pochi giorni fa in città un giovane di 16 anni è morto a seguito di un incontro ravvicinato con i carabinieri, in circostanze che stando a quanto sta emergendo dai media, delineano un quadro assurdo e indegno d’un paese civile e democratico. Chiaramente, sulla vicenda faranno luce l’autorità giudiziaria e le indagini difensive condotte dall’avvocato Anselmo, e io non vi scrivo questa lettera per entrare nel merito ma nella speranza che il vostro giornale voglia ospitare una riflessione che è ormai orfana degli intellettuali e degli spazi di discussione che merita. Continua a leggere