Etica del lavoro e teatro, risposta ad un amico

Il mio amico Ettore Nigro condivide con me questa riflessione, invitandomi al dibattito. In calce la mia risposta.

Il teatro indaga l’umano e cura gli immaginari corrotti dal tempo tentando di ricostruirli secondo un’etica secolare. Non risponde alla domanda che lo spettatore porta con sé, ma vi contrappone una nuova domanda. Si innesca così un processo analitico ed empatico che dal punto di crisi procede verso l’elaborazione interiore e così via verso la conoscenza. Il teatro è dunque cibo e terapia allo stesso tempo: nutrimento per mantenere l’equilibrio psico-fisico e rimedio per ricostituire l’equilibrio perso. Il teatro utilizza come metodo di cura una sorta di omeopatia: cura il veleno della vita attraverso lo stesso veleno. Ma il veleno della rappresentazione è veleno studiato, compreso, acquisito, fino all’auspicabile sublimazione (ovvero attraverso il processo di catarsi). In tal modo lo spettatore vedendo agire i suoi difetti ne comprende meglio la natura, li conosce e quindi può curarli. Crediamo fortemente che il teatro debba diffondere, nell’atto in cui si compie, i semi della conoscenza, dell’evoluzione, dello sviluppo: la cura è nello svolgersi della vita, non nel già accaduto.
Ettore Nigro

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La (mia) verità sui laboratori di teatro

Di quanti casi umani tocca, sotto il cielo, d’incontrare, praticando il teatro ci si può imbattere in alcuni tra i più singolari e spaventosi.
L’egocentrico vanesio e pseudo-intellettuale, convinto che se il mondo può fare a meno di lui allora il mondo dev’essere un posto davvero infame, è figura raccontata da aneddoti libri e film d’ogni sorta. Questo caso umano appartiene alla mitologia del teatro tanto quanto il faccendiere intrallazzatore appartiene a quella della politica. Ed è piuttosto facile che il medesimo non si senta affatto un egocentrico, quanto piuttosto un “ego giustamente al centro”. Continua a leggere